caste e castelli
Non si può sparare ai ministri leghisti, almeno per ora.
E questo è l’ultmio post di questo blog.
Non si può sparare ai ministri leghisti, almeno per ora.
E questo è l’ultmio post di questo blog.
Palmiro Togliatti, estratto da "Vittorini se n’è ghiuto, E soli ci ha lasciato!…"
[Post in aggiornamento…]
David Fincher, The Social Network
2/4
A. G. Inarritu, Biutiful
2.5/4
Un film che scioglie la lacrima facile -il che non è un merito. Ho resistito fino in fondo ma ho ceduto ad un po’ di commozione sulle note meravigliose del secondo movimento del concerto per pianoforte e orchestra di Ravel, che ascoltato in Dolby Surround nel buio di una sala cinematografica, fa un certo effetto. Ah, il film. Il personaggio di Bardem è molto bello, un giusto che fa il lavoro sbagliato e sacrifica la sua vita -per esempio risparmiando maniacalmente- per assicurarne una ai figli. Un film che però ha l’ambizione di voler far riflettere sulla vita e sulla morte: e a me non ha suscitato nessun pensiero interessante. La scena preferita (attenzione: spoiler): quando confessa ad una ragazza in un bar notturno di avere un tumore, urlando per la prima volta il suo dolore in faccia ad una sconosciuta in un ambiente che non sa ascoltarlo- da qui in poi la sua malattia è vissuta in solitudine. Punto debole: ma perché Bardem fa il guaritore? Cosa c’entra con il resto del film? Perchè, se aveva qualche importanza, non viene sviluppato di più?
Bernardo Bertolucci, Il conformista
3/4
Uno dei primi film di Bertolucci, un grande film da riscoprire, con una fotografia che a occhio e croce definirei "espressionista". Recentemente è stato restaurato e riproposto dalla Cineteca di Bologna.
Francois Truffaut, I 400 colpi
3.5/4
…
Hal Ashby, Oltre il giardino
4/4
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Orson Welles, L’orgoglio degli Ambserson
?/4
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Lars Von Trier, Le onde del destino
4/4
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Eyal Sivan, Jaffa - The Orange’s Clockwork
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Richard J. Lewis, Barney’s version
2/4
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Ernst Lubitsch, Ninotchka
2.5/4
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John Akomfrah, The Last Angel of History
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Phil Mullloy, Goodbye Mr. Christie
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Sidney Lumet, Assassinio sull’Orient Express
2/4
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Nanni Moretti, Habemus Papam
3/4
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Francois Truffaut, Joules e Jim colpi
2.5/4…
Gianni Amelio, Colpire al Cuore
3/4
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Nanni Moretti, Caro Diario
3/4
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Nanni Moretti, Sogni d’oro
1.5/4
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Nanni Moretti, La stanza del figlio
2.5/4
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Abel Ferrara, Il cattivo Tenente
3/4
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Werner Herzog, Il cattivo Tenente
2/4
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Terrence Malick, The tree of life
capolavoro
E quasi mi dispiace dirlo, perché avrei molto voluto che Sorrentino vincesse la palma d’oro, ma quando uno si ritrova in gara con un film così, non c’è storia. Il film mi ha turbato, ho dovuto ripensarci e rimiuginarci e infine ho deciso di tornare a vederlo presto. "La passeggiata di Malick in un’altra dimensione è potente e infantile come può esserlo solo il desiderio struggente che nutre il bambino di avere tutti nello stesso luogo, in un tempo che contenga magicamente il presente e ogni età della vita."
Martin Brest, Scent of a Woman
Film imbarazzante.
Terrence Malick, The New World
3/4
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Terrence Malick, La rabbia giovane
3/4
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Terrence Malick, La Sottile Linea Rossa
3.5/4
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Robert Altman, Il dottor T e le donne
1/4
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Michelangelo Antonioni, Professione Reporter
2.5/4
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Paul Thomas Anderson, Boogie Nights - L’altra Hollywood2.5/4
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Fratelli Coen, Barton Fink - E’ successo a Hollywood
3/4
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Terrence Malick, Days of Heaven
4/4
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Rango
4/4
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Clint Eastwood, Mystic River
3.5/4
…
Francois Truffaut, Fahrenheit 451
2.5/4
Da un lato la fantascienza invecchia male, perché il futuribile immaginato diventa presente in fretta, e quando ormai ci siamo la rappresentazione appare falsa e condiscendenza…
Il dato più bello è che il 95% del 57% è il 54%, e che quindi è la maggioranza ASSOLUTA degli aventi diritto ad aver bocciato il legittimo impedimento, il piano nucleare del governo e l’ennesimo tentativo di svendere le risorse pubbliche.
Non conoscendone neanche il nome fino a ieri, l’elemento che più mi ha scandalizzato nell’arresto di Strauss-Kahn è l’aver scoperto che il presidente del Fondo Monetario Internazionale, quindi di una delle grandi organizzazioni di Bretton Woods, braccio operativo nei paesi "sottosviluppati" e sicuramente sovrasfruttati per la supremazia mondiale dell’ideologia capitalista, fosse il candidato in pectore dei socialisti francesi nella corsa per il post-Sarkozy. Mi pare il segno più evidente della resa incondizionata, e il trionfo culturale del capitalismo "dal volto umano", proprio negli anni che stanno scandendo il declino di questo modello sociale.
Estiqaatsi, di queste due notizie, che
pare che Osama Bin Laden si sia fatto delle seghe,
pare che Virginio Merola si sia fatto uno spinello,
dice che, ci sono molte persone riprovevoli che hanno fatto queste due cose contemporaneamente.
Inutile rispondergli, perché la discussione conta già 404 commenti perlopiù illeggibili, ma questo è precisamente uno di quegli argomenti per cui domani cercherò di informarmi quanto più possibile sul candidato bolognese della lista a 5 stelle e sui loro programmi, nella speranza di trovare qualche buona ragione per dare loro parte del mio voto disgiunto.
A che posto sta Giancarlo Mazzucca nella classifica di quelli che hanno la faccia come il culo?
Mi piacerebbe una volta che un generale, o il presidente di una nazione in guerra, prendesse la parola per annunciare con faccia contrita e per quanto possibile sincera, "abbiamo commesso un orribile crimine, abbiamo assassinato un essere umano/molti esseri umani/molte migliaia di esseri umani, ce ne scusiamo con le persone a loro vicine, che le amava e rispettava nonostante tutto, ce ne assumiamo la responsabilità perché, date le contingenze, abbiamo ritenuto che la loro eliminazione fosse una necessità storica per salvare la vita di molte più persone a noi vicine. Invitiamo i nostri cittadini ad osservare il lutto nel rispetto della dignità umana".
Non che io creda alla necessità di tutto ciò. Ma almeno, non scendiamo in piazza a sventolare le bandiere.
P.S. Riferito sia ai figli di Gheddaffi che ad Obama, che a migliaia e migliaia di altre anime che non erano meno innocenti di quanto lo siamo noi.
Se non l’avete visto, mi raccomando, vedetelo:
presa diretta, puntata del 20 marzo
Dal minuto 1:39:45 alla fine, un documento in-cre-di-bi-le. Al 1:54:02 mi sono quasi messo a piangere.
(prologo: Re Soldo ha dei problemi con il suo mantello regale, che è irrigidito dopo il lavaggio)
Doremi!
Si, re Soldo…
Doremi, mire.
Si sire. Sire! Dosi l’amido…
L’amido?
L’amido.
Re Soldo dosi l’amido?
Si, sire.
Doremi! Doremi, l’asoldo sol soldo.
Sire! doso ‘l soldo. Lala mi domi!
Lala?
Si, Sire: Lala.
Si, Doremi, remi là.
Do’?
Là, là, sol sofà,
Mi dò.
Si.
Lala!
Si, sire?
Lala.
Si, re Soldo.
L’ami Doremi?
Do.
Lala, mire la soldo. L’ami Doremi?
Si. L’adore Doremi.
L’ami l’ami?
Si, la dò.
Lala, Doremi sol sofà!
Do’?
Là, là! Sol sofà.
Si, sire. L’adore Re Soldo!
Facciamo un esperimento. Guardate la spirale sopra, che si avvolge fino a raggiungere un punto centrale. Ora toglietevela dalla mente, non guardatela più per qualche secondo, fatevi due passi per la stanza, e mentre fate questi passi cercate di immaginare di disegnare una simile spirale su che si avvolge fino ad arrivare ad un punto centrale.
Poi scrivetemi nei commenti come è andata.
Uh, quanti film che mi sono dimenticato di recensire. Una riga -forse più- non la nego a nessuno.
Woody allen - You’ll meet a tall dark stranger
2.5
Allen è tornato in forma, dopo alcuni film annoiati e il buon Whatever Works. Questo è anche meglio. Il vecchio è impareggiabile nel filmare l’amore in tutte le sue manifestazioni, incomprensioni e fraintendimenti. Fantastico l’equivoco tra Banderas e la Watts, tra tutte la scena nell’automobile - che fa intendere un Banderas inamorato e incapace, mentre è solo ubriaco e disinteressato.
PPP - Teorema
3
Ma come si fa a dare un voto a Pasolini? Ne ho "abbastanza" goduto vedendolo, ma l’ho capito solo leggendone. D’altra parte quarant’anni di critica cinematografica non sono stati del tutto vani, ed io non sono affatto contrario a rivedere i miei giudizi alla luce di più brillanti interpretazioni. Abbraccio quindi la critica del Mereghetti, di uno schematismo ideologico - ma ne facessimo oggi di film che impostano un’ideologia, o almeno danno vita ad un’idea.
Tim Burton - Batman returns
1.5
Visto più per far piacere a mio figlio e per completare la sfinita esalogia (eptalogia?). Esasperato dalle pagliacciate dirette da Burton negli ultimi anni, non sono stato indulgente e non sono caduto nella trappola dell’esaltazione dell’esercizio di immaginario dark: ormai il bluff è scoperto, sentenzio che dopo Edward mani di forbice Burton non è mai stato all’altezza delle mie aspettative, se non con Nightmare before Christmas (da lui prodotto e non diretto). A questo in particolare ho molto preferito il primo episodio, con una più marcata ed essenziale impronta gotica. La sceneggiatura, in particolare, si trascina debolmente. L’unica cosa che ho apprezzato, a parte gli occhi di ghiaccio di Walken* - è il taglio decisamente più caricaturale dei combattimenti, farse non-violente: forse una citazione della serie televisiva, in cui Batman e Robin ragioneggiano come Holmes con Watson tra un "Bang" ed un "Pum"?
Clint Eastwook - Bird
3
Che cosa non mi è piaciuto: il ricorso troppo frequente e schematico ai flash-back. Per il resto una biografia impeccabile della breve vita di Charlie Parker, cupa e disordinata. Da quando il mio amico E mi ha fatto notare che Eastwood non lascia mai nulla di non detto, di non spiegato e raccontato, togliendo molto fascino alla sua prosa, mi accanisco contro di lui, ed anche in questo film ho ravvisato con fastidio una certa trombonaggine. Ma complessivamente è veramente un bel film, oltre ad essere uno dei migliori film sul jazz di sempre (ma ’round Midnight è più bello).
Francois Truffaut - Joules e Jim
2
Lo so, è uno dei capolavori della storia del cinema. Che dire? Boh! Secondo film che vedo di Truffaut, identica reazione. Decontestualizzando completamente l’opera, se avessi dovuto incappare in questo film alla televisione che non possiedo - pur avendo gusti piuttosto ben educati - forse avrei cambiato canale. Quanto allo scandalo che può provocare in me oggi il menage a trois, dirò che in effetti sono un po’ infastidito dal fatto che quasi ogni situazione amorosa atipica nel cinema che ricordi è carica di delusioni pari e maggiori delle situazioni più convenzionali - fatta eccezione per Vicky Cristina Barcelona, che però non mi è piaciuto.
Abel Ferrara - Il cattivo Tenente
3.5
E adesso voglio vedere cosa ne ha fatto Herzog, non è facile rifare un film come questo. Ferrara ha un grande estro, il che lo porta a fare delle stronzate inenarrabili (come New Rose Hotel, con CW* e la Argento), e perle come The Addiction. Questo appartiene alla seconda categoria. Io stesso mi sono sentito affaticato dalla vita sregolata e dalla vertigine della spirale discendente del cattivissimo Keitel, che è incapace di gestire la sua vita. Tanto che il suo stesso gesto estremo di redenzione - e sacrificio - appare come il frutto di una totale incomprensione, e non tanto di una reale conversione. Memorabile la scena in cui il cattivo tenente, ubriaco e drogato, apprende dall’autoradio di aver perso una scommessa ricchissima su una partita di baseball, spara all’autoradio, attirando le attenzioni dei passanti, accende il lampeggiante e si fa largo nel traffico per sfuggire agli occhi indiscreti e per dare sfogo alla sua frustrazione. Vedendola mi è venuta in mente la frase di Pasolini, Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario…
Fratelli Coen - Il Grinta
2
Nei film dei Coen mi piace l’insensata striscia di sangue che si crea per poca roba. In Fargo ne muoiono vari, tra cui un innocente guardiano di parcheggio, per un finto rapimento mal organizzato. Ne Il Grande Lebowsky tutto ruota attorno ad un tappeto. E gli agenti dell’FBI alzano le spalle in segno di totale incomprensione, chiudendo il file in Burn After Reading.
Anche in questo film il tema ricorre: ce n’era veramente bisogno, di seminare tanta morte e condizionarsi un’esistenza per una vendetta nei confronti di un uomo stupido e irrilevante? Giustamente il finale, con voce fuori campo a riassumere velocemente gli anni passati, è asettica, priva di morale. L’unico problema è che questo aspetto è un po’ annacquato in un genere che già di suo ha perlustrato la nuda violenza in ogni suo dettaglio. E quindi, se avessi incrociato questo film alla televisione, l’avrei guardato per ammazzare il tempo, e avrei spento appena finito, dimenticandomene quasi subito.
Tom Hooper - The King’s speech
2.5
Filmetto perfettamente dentro gli stilemi del cinema Holliwoodiano, fatto apposta per vincere i premi che merita. La sceneggiatura è aderente alla traccia, con i contrasti, le risoluzioni, le tensioni, la prova finale, tutto al suo giusto posticino. La storia del mondo dal punto di vista dei potenti, al cui fascino non si riesce a non cedere - e quindi Churchill, Chamberlain e quant’altri - e come in una favola, il popolano peraltro australiano che afferma il forte merito individuale elevandosi e portando un briciolo di innovazione in un’istituzione grande e inossidabile - come gli odiati e immancabili titoli di coda danno ad intendere. Una storia per chi ha problemi di self-confidence. Comunque, un buon film.
* Più invecchia nella mia memoria più mi rendo conto che Il Cacciatore è uno dei tre-quattro film più grandi della storia del cinema, e Walken ne ha gran merito.
Consider a weighted graph G=(V,E,w), with w a weight over the edges. Assign an arbitrary orientation to the edges, and consider the first homology group H_1(G,Z), i.e., the group of independent cycles with an integer number of edges. The dimension of the first homology group is the cyclomatic number C. Choose an arbitrary basis of cycles {c_i}, i=1,…,C and define the matrix
When we choose as a basis a foundamental set of cycles, obtained from a spanning tree by adding its chords, it is proven (see Nakanishi, Graph Theory and Feynman Integrals, Gordon Breach, 1971) that the determinant of W is given by the Kirkhhoff-Symanzik polynomial
where T ranges over spanning trees. If graph G is planar, this statement is just a generalization of the matrix-tree theorem for the dual graph. If G is not planar, one can still embed it on a high-enough-genus surface and consider the basis of embedded faces; the laplacian matrix between faces will also obey a matrix-tree theorem of the kind.
The theorem holds true for any set of cycles which can be obtained by a determinant-preserving transformation of the basis vectors with integer coefficients, namely, a transformation in the special linear discrete group SL(C,Z).
However, not all linear transformations of the basis of cycles belong to the special linear group. A simple example: consider a foundmental set, and wind one of the cycles twice around itself; this is still a basis of cycles, but the determinant acquires a factor 4.
So one interesting task is to study the orbits of SL(C,Z) in the set of all basis. We already saw that basis with winding cycles might belong to different orbits. However, winding cycles are a bit redundant. One would like to stick to simple cycles, that is, connected cycles with no multiple edges, no crossings.
Will all basis of simple cycles belong to the same orbit of SL(C,Z)? It is a very simple question, but I could not find an answer in the literature.
[Workshop on New Trends in Open Quantum Dynamics at ICTP, Trieste. Day 1.]
Speakers: Breuer, Buchleitner, Burghardt, Datta, Illuminati, Tiersch.
and later measured by Bob via a POVM. Then one asks about the optimal capacity of the channel, which is given by
The r.h.s. reminds me of something from NESM. The total entropy production of a Markov chain can be written as
where S(.||.) is the relative entropy of two probability distributions, pi_{xy} is the conjugate probability of being in state y at time j and in state x at time j+1 (hence it is a probability over the set of oriented edges of a graph), and the "inverse" probability is given by
which only coincides with pi for detailed balanced equilibrium states. Now, transitions can be due to different mechanisms
From a graph-theoretical point of view, different mechanisms will result in multiple edges between two states. If we focus on the detailed thermodynamics of the different mechanisms, entropy production comes out to be
where
Hence we see that the difference between the two entropy productions, one taking into account different mechanisms, and one "coarse grained", is vaguely reminescent of the Holevo functional which is being maximized in (1). Both are measures of how much information is lost, the latter in a quantum information processing, the former in a stochastic evolution, both of which are irreversible phenomena. Differences among them: pi is a quantum operator in the first case, and a classical probability distribution in the second, and then one has entropy vs. relative entropy.
One can also push the analogy further. Markov chains describe how bits of information flow from one state to another. In the quantum information process, states might be labelled by the eigenvalues of the hamiltonian of, say, some atomic system which Alice uses to produce (q-)bits of information, for example by beta or gamma decay. When a bit is emitted one has indeed a transition between two states of Alice’s system.
John Baez, Rényi entropy and free energy (2011)
Suppose a system (whose states are labelled by the eigenvalues of some hamiltonian) is put in contact with a heat reservoir at temperature T’=1 and let free to relaxate towards its Gibbs distribution. Suppose then that all of a sudden the environment undergoes a quench, bringing the temperature to a different value T. The system is seen to relax towards a new Gibbsian state. The question is: how much will the its free energy increase? The answer is given by
where H is the Rényi entropy. Interestingly, Rényi entropy seems to be related to questions in nonequilibrium thermodynamics, and also on scaling of the unit measures, while free energies might not be related to scaling, since only free energy differences have physical meaning.
"An enourmous proportion of property verted in a few individuals is dangerous to the rights, and destructive of the commonn happiness, of mankind; and therefore every free state hath a right by its laws to discourage the possession of such property."
H. Zinn, A People’s History of the United States, Ch. 4 "Persons of Mean and Vile Conditions"
[Le classi basse e subalterne tra i coloni bianchi americani, artigiani, piccoli agricoltori, pezzenti liberi, gente "di umile e vile condizione", provate da un’estrema povertà e vessate dall’elite di ricchi proprietari terrieri, che aveva voluto la rivoluzione per salvaguardare i proprio interessi e per dirottare il malcontento interno verso un nemico esterno, e mandato al fronte (come sempre) eserciti di disperati inconsapevoli, costoro riuniti a Philadelphia in un Privates Commettee (trad. comitato di sodati semplici) avevano steso un Bill of Rights come contributo (ovviamente accantonato) alla scrittura della Costituzione che identificava nell’accumulo di proprietà privata un possibile ostacolo al "pursuit of happiness".]
Hinrichsen, Gogolin, Janotta: Non-equilibrium Dynamics, Thermalization and Entropy Production (Feb 2011)
Standard material, with an interesting interpretation of the well-known total EP formula as the EP of a universe consisting of a system and an environment whose degrees of freedom relaxate much faster than the time-variation of the induced transition rates of the system. The system’s states are conceived as coarse-grained states of a total phase space. This is reasonable: from a QM point of view, states of a system will be labelled by the eigenvalues of an hamiltonian, which are not sensible to the microstate of the environment, which thus constitute degeneracies of the total energy spectrum.
Little care is paid to the actual extimation of decay and evolution times which is necessary to justify the coarse-graining procedure.
Anna Maria Greco, "giornalista" del "Giornale", sulla perquisizione:
Se non si può più pubblicare atti che io ritengo non coperti da segreto […] è chiaro che c’è un attacco al nostro lavoro.
C’è da aggiungere altro?
Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune.
Il sesso in questo film, sia pure in modo onirico e stravolto, diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi.
PPP su Salò o le 120 giornate di Sodoma [scopiazzato da Wikipedia].
Con l’inizio dell’anno mi ero riproposto di riprendere le mie recensioni sistematiche di tutti i film visti, come facevo qualche tempo fa su un precedente blog. Sono partito male, ma vediamo di recuperare.
Ricordo che il voto non giudica il film ma la piacevolezza della sua visione: se stavo comodo o scomodo, se ero stanco o euforico, tutto questo entra in un giudizio che non potrebbe essere più parziale e temporaneo.
Roman Polanski - Chinatown
2/4
Film che ebbe grande successo, uno dei pochi girati ad Hollywood da Polanski (e allora io preferisco la via europea). Un film di genere, grande maestria, con un finale pessimista come solo Polanski e che la produzione aveva mal digerito. Nonostante questo film sia universalmente osannato, in un’intervista ho letto questa sua risposta: "Ma guardi, sa, non so se questo film mi piace poi tanto". Ecco, la mia stessa sensazione.
Daniele Lucchetti - Il portaborse
3/4
Boh, forse è che adesso a riguardare indietro di qualche anno si trova che ci sono dei bei filmetti italiani, caduti nel dimenticatoio, che non hanno nulla a che fare con lo stile-fiction oggi imperante. E questo è secondo me fatto davvero bene, con l’unica interpretazione morettiana degna di un attore (anche perché quando si tratta di fare gli antipatici gli riesce proprio bene). Acuta e preveggente analisi del rampantismo socialista degli anni ‘80, alla vigilia di tangentopoli. Forse un po’ frettoloso nel sbrigare il finale, con questa corsa in macchina alla questura che si esaurisce in una scintilla; ed una scena finale "liberatoria" troppo didascalica, "facile" come dice il Mereghetti.
Poi mi sarà piaciuto tanto anche perché Mantova è ripresa in tutti i suoi orifizi, e a me piace tanto Mantova. Ed anche perché mi pare di ricordare, quando ero bambino, che erano venuti a girare nella mia parrocchia la scena del funerale del poeta, ove Moretti improvvisa un’orazione funebre ipocrita che è un comizio elettorale. Una furbizia ipocrita e una corruzione della classe politica che oggi non si potrebbero neanche immaginare: mancano la furbizia e la classe.
Banski - Exit throught the gift shop
3.5/4
Film incomunicabile e incommentabile. Finché non sapremo la "verità" su Mr. Brainwash non conosceremo la natura di questa operazione: documentario o grande messinscena. Mai come in questo caso un film mette in dubbio il concetto di verità, dentro e fuori di sè: un documentario su se stesso, opera artefatta e reale allo stesso tempo. Spero che nessuno abbia mai la spocchia puntigliosa di andarla a scoprire, questa inutile verità. Che non cambierebbe nulla.
Forse l’unica cosa che posso dire è che ho veramente apprezzato il formato del documentario di stampo tradizionale, con profonda voce fuori campo, il giusto mix tra interviste, spezzoni di vita etc., con Banski che si erige a tutore della qualità e compostezza dell’opera - ad evitare che diventi una caotica accozzaglia di immagini, forse meno digeribile ma certamente più "artistica". Aggiunge un che di paradossale.
Sidney Lumet - The group
2.5/4
Affresco di una generazione di ragazze che vogliono essere, alcune riuscendo e alcune fallendo, padrone delle loro vite e indipendenti dallo stereotipo ornamentale dell’epoca. Regia impeccabile, alcune scene memorabili, in particolare quella dell’amore mercenario tra una giovinetta romantica e un disilluso materialista. Mi pare di capire che la forza di Lumet siano soprattutto i dialoghi serrati, mai banali, e tuttosommato verosimili, che ho apprezzato tanto in Quinto Potere (The Network), un film che recentemente è entrato nella decina che per semplificare un po’ la questione chiamo "i miei preferiti".
Sofia Coppola - Somewhere
2.5/4
Che dire, a me è piaciuto. A molti no, e posso anche capire l’indignazione per il premio a Venezia - posto che a parte Noi Credevamo non ho visto altre pellicole in concorso, e purtroppo Noi Credevamo, che è un ottimo film, ha proprio quello stile patinato da fiction televisiva che io faccio fatica a digerire - essendo pensato in un primo momento per la televisione.
Lo so che non bisognerebbe mai giudicare i film in questo modo, ma se fosse stato il film di un esordiente l’avrei osannato. Avendo visto Lost in Translation, si può chiedere di più. Avendo visto i film del padre, beh qualche domanda ce la si pone.
I low: la figura femminile e pura che viene a salvare un uomo senza identità. Trita, macchiettistica, ma non inverosimile. Gli up: i dialoghi, che quasi non ci sono. Così parla veramente la gente: mugugna, dice cazzatine, linguaggio vuoto di vita vuota. A me piace sia questa scelta iper-realistica che i dialoghi in grande stile (à la Quinto Potere, vedi sopra); la via di mezzo, finto-colloquiale, pseudo-spontanea, mi innervosisce. Un altro up: la ricostruzione dei Telegatti con tanto di Simona Ventura, Nino Frassica e Nichetti. Terribilmente grottesta, eppure fotocopia dell’originale.
Nota: qui mi lamento del cinema italiano, che spesso racconta storie quotidiane di persone non interessanti, di cui mi frega tanto. Anche questo lo è. Solo che, porco cane, questo è fatto fottutamente bene.
Roman Polanski - The ghost writer
2.5/4
Avendo ormai perlustrato quasi integralmente la filmografia di Polanski, comincio a riconoscere i temi favoriti dal regista. In particolare più affascinante è quello della ricorrenza, nelle vicende che coinvolgono il protagonista, della traccia oscura della vita di una persona a lui sconosciuta, che porta fin quasi alla completa immedesimazione. Se ne L‘inquilino del terzo piano questa sovrapposizione porta alla pazzia in un crescendo di allucinazioni, qui si mantiene il distacco "britannico" del protagonista in favore di una storia di spionaggio e scheletri nell’armadio.
Notevole il cambiamento di prospettiva che consegue al finale, con il povero Pierce Brosnam che finisce per fare la figura del fesso manipolato, una caratterizzazione che ben si adegua alla sua facciona. Attacco piuttosto diretto a Tony Blair, descritto come fantoccio in mano agli Stati Uniti.
Ho appena finito di ascoltare su RadioTre la testimonianza sull’Olocausto di Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz. Molto lucida. Mi è piaciuto in particolare il ricordo degli anni immediatamente successivi, da quattordicenne "anziana" tra adolescenti (troppo matura, già qualche capello bianco), all’incontro con il marito. Anni in cui ha sofferto l’indifferenza delle persone che le erano vicine. Ho pensato che il racconto di questa vita quotidiana, dopo l’orrore, è quasi più efficace che il racconto dell’Olocausto in sè, che è incomunicabile e incomprensibile. Ed infatti in questi giorni tutte le parole, per quanto giustissime e doverosissime, paiono astratte, formali, rituali.
La storia che vorrei leggere è una storia che precede la deportazione (un po’ come il primo tempo de La Vita è Bella). Una storia in cui il crescente accanimento contro gli ebrei passa in secondo piano, rispetto alle vite quotidiane di una manciata di personaggi, troppo giovani per potersi curare della situazione. Una storia molto appassionante, di amore, di ambizioni personali, di traguardi e piccole tragedie, non una di quelle menate italiane in cui non succede nulla che non sia già successo ad ogni spettatore in sala. Insomma, vorrei leggere un libro veramente accattivante che mi appassioni al punto che quando arrivo al capitoletto finale, non vedo l’ora di divorare le ultime pagine per sapere come andrà a finire: un fuga d’amore, una richiesta di matrimonio, il progetto di un assassino, un piano per svaligiare una banca, un’importante possibilità di realizzazione artistica. Un libro senza finale.
Antonio Pennacchi, "genio rinascimentale" a suo stesso dire, autore di Canale Mussolini e vincitore dell’ultimo Premio Strega (e questa già di per sé non è una nota di merito) ha appena affermato a Farenheit, Radio Tre (accolto fortunatamente da un velato malumore del conduttore), che Einstein, secondo la sua teoria della Relatività, prevedeva 24 o 25 dimensioni spazio-temporali, e che il razionalismo è coerente con la sua (di Pennacchi) credenza in influssi spirituali nascosti in qualche anfratto dell’Universo, inabitato dall’anima umana. Da quanto ho capito a lui le storie arriverebbero appunto dalle dimensioni ulteriori, quelle che Einstein non sapeva di aver previsto. E questo mentre difende il suo nuovo libro, che a quanto pare pretende di sostenere una tesi scientifica in aperta polemica con i risultati di alcuni vari paleontologi e accettati dalla comunità scientifica.
Consiglio a Pennacchi di continuare ad attingere dalla diciassettesima dimensione per la sua creatività, e di lasciare le noiose beghe scientifiche ed epistemologiche agli scienziati. Se lo goda il privilegio dello scrittore, che è lavorare di finzione. Io però preferisco la finzione di un Vonnegut, lucido e pazzoide, che non la finzione di uno che finge di saperne più di tutti, e dice una marea di stronzate.
Ieri sono stato all’assemblea degli studenti, in Sala Borsa, il centro geografico e culturale di Bologna. Ben organizzata, con molti interventi di varie rappresentanze, studenti, ricercatori, professori, sindacati, dipendenti pubblici, bibliotecari, musicisti del Comunale. La protesta degli studenti si intreccia con il forte disagio per le manovre di un commissario speciale che sta operando di accetta in maniera tutt’altro che super-partes, ma dando un forte imprinting politico alle sue azioni, di quel tipo di politica che non gradiamo e non abbiamo mai votato, a Bologna (sempre vivi i ringraziamenti al PD locale che ci ha calato un barone universitario farabutto e ricattabile a sindaco, ritrovandoci invischiati in questa melma commissariale).
Sono rimasto positivamente impressionato dalla qualità degli interventi, anche se troppi, troppo lunghi e come sempre tendenzialmente astratti. Avrei voluto partecipare, dire la mia, perché io proprio non ci riesco a non dire la mia. Ma ho visto una certa stanchezza tra il pubblico, e ho preferito risparmiargli le mie elucubrazioni.
Elucubrazioni a cui avevo già dato una forma. Per cui ho un post già pronto, praticamente. Avrei detto.
"Sono un dottorando in fisica, parlo a nome personale. In queste settimane mi sono chiesto qual è il singolo gesto più significativo per aiutare a cambiare in meglio questo paese, a parte andare a votare e manifestare. Come posso mettere a disposizione le mie qualità. La risposta che mi son dato è che devo contribuire all’elaborazione di proposte intelligenti e corali, e devo comunicarle alla persone che qui, oggi, non sono e non sarebbero con noi.
Ho sentito tante parole intelligenti e appassionate; una distanza siderale rispetto ai nostri parlamentari e governanti, la maggior parte dei quali non sa infilare due parole una in fila all’altra, e non ha mai avuto cara un’idea. Allora, quando ci ritroviamo a gennaio, organizziamo anche dei seminari, dei workshop, delle commissioni, cominciamo a curarci dei dettagli del mondo migliore che vorremmo, e poi forti di queste analisi andiamo dai nostri rappresentanti, sia di quelli di cui ci fidiamo che di quelli che disprezziamo, e rompiamogli le balle perché ci ascoltino, inchiodiamoli alla loro inettitudine. Istruiamoci, facciamo in modo che ogni intervistato in manifestazione abbia la prontezza di riflessi per riempire di una proposta chiara e semplice i suoi discorsi, che altrimenti sono fatti delle solite parole d’ordine, prive di alcun valore informativo. Ribaltiamo scientificamente la concezione malata che questa classe dirigente tutta ha dei rapporti sociali e dell’economia, mediati dal consumo, non capendo che il consumo porta solo all’esaurimento delle risorse naturali e degli uomini. Qualcuno prima di me diceva che il "non ci sono i soldi" è solo il motto per giustificare l’incuria per la salute sociale delle persone. Concordo pienamente. Non è affatto un problema di "soldi", ma di modelli di vita: se un paese temperato, ricco di risorse, e con una popolazione stabile come l’Italia non è in grado di sopravvivere, chi lo può essere allora? Se questa è la prospettiva, tanto vale suicidarci tutti. Ma questo è falso. Dedichiamo i nostri studi al problema più importante del vivere comune con i mezzi che abbiamo, con sobrietà. Inventiamoci modi per discutere aperti e orizzontali, sul modello di quello che già succede in rete, con Wikipedia, Arxiv (l’archivio degli articoli scientifici) e Wikileaks. Lasciatemi fare un omaggio agli attivisti di Wikileaks, al loro portavoce e soprattutto alle loro fonti, alcune delle quali già marciscono nelle carceri americane. Magari qualcuno dei presenti non sarà d’accordo con questa dedica. E allora discutiamo anche dei nostri nuovi modelli. Siamo nell’era post-ideologica, non dobbiamo ereditare nessuna forma del pensiero da ieri, nessun mito. Ma facciamo uno sforzo per capire chi vogliamo essere domani, scegliamo uno o tanti modi per raccontarci anche per identikit culturali.
L’altra cosa che sento di dover fare, è di contribuire a rovesciare il sistema dell’informazione. Ovviamente non mettendo le bombe a Rete4. Ma dedicando del mio tempo a comunicare con chi mi sta vicino: mia nonna, mio zio bigotto, un piccolo industriale veneto, il barbiere razzista, il commerciante che non paga le tasse. Torniamo in fabbrica, parliamo con gli operai, che troppo spesso votano contro i loro interessi, facciamo dei giornali, distribuiamo volantini, suoniamo alle porte dei vicini, facciamo le assemblee di condominio, parliamone in internet. Siamo noi, gli studenti, che sappiamo parlare e abbiamo le idee per andare avanti. Alcuni di noi hanno studiato proprio a comunicare, finendo in uno dei buchi neri della nostra università (Scienze della Comunicazione, N.d.R.). Allora mettiamo questa capacità al servizio della causa, invece che ad uno spot promozionale dei profumi.
In Italia c’è bisogno di una rivoluzione. Si tratta di una rivoluzione scientifica, nel senso di "scienza" come "conoscenza". Il sapere, la scolarizzazione, l’educazione, l’informazione approfondita devono diventare il mezzo e il fine della democrazia."
Quindi, tra i buoni propositi per l’anno che verrà, ci metto anche di dedicare "del mio tempo" a rendere questo paese migliore, in queste forme.
Tra i buoni propositi per l’anno che verrà, inizio col mettere in lista la lettura del libro che Barry Mazur e William Stein stanno scrivendo e che rendono disponibile in versione rough draft qui. Sull’ipotesi di Riemann esiste già una vasta letteratura divulgativa; personalmente ho divorato L’enigma dei numeri primi, di Marcel du Satoy. Tuttavia, a parte la scrittura scorrevole e i mille piacevoli aneddoti di cui è permeato questo libro, arrivato all’ultima pagina mi sono sentito ignorante come all’inizio, e forse anche un po’ ingannato dalle troppe metafore che, per renderlo digeribile, spacciano il problema come una questione di vibrazioni di tamburi e transazioni bancarie. Mazur e Stein promettono di risparmiarci le vicessitudini storiche dei protagonisti e di andare al cuore del problema:
A reader of these books will get a fairly rich picture of the personalities engaged in the pursuit, and of related mathematical and historical issues. This is not the mission of the book that you now hold in your hands.
Se poi riusciranno a dare respiro al problema matematico, indirizzando la trattazione a persone con un background matematico ridotto ma una certa consapevolezza del modus operandi della disciplina, come promettono, chapeau.
Intanto però mi limito ad osservare che la loro posizione è già polarizzata, "positivisticamente", verso una soluzione dicotomica a questo problema:
For even before anyone proves this hypothesis to be true (or false!), just getting familiar with it and with some of the the ideas behind it, is exciting.
Questa è la posizione del 99.9% dei matematici, fatta esclusione di Gregory Chaitin [qui] e pochi altri (lo stesso du Satoy dedica però ampio spazio al problema dell’indecidibilità). La terza via infatti è che la congettura di Riemann sia indimostrabile, anzi, per essere più precisi, indecidibile. Sappiamo che all’interno di ogni sistema di assiomi esistono proposizioni vere e non dimostrabili (per via del teorema di Goedel), ma l’attitudine di gran parte della comunità è di ritenere che queste proposizioni siano una assoluta rarità, da costruire artefattamente, e che non siano minimamente interessanti.
Questa posizione è stata messa in crisi dalla scoperta, da parte di Paul Cohen, che l’importante problema dell’ipotesi del continuo non è decidibile all’interno degli assiomi più ragionevoli e condivisi che regolano la natura dei numeri (questo non vuol dire che l’ipotesi del continuo sia una proposizione di Goedel, ma lasciamo perdere questi dettagli…). Chaitin ha invece dimostrato che gran parte delle proposizioni matematiche sono indecidibili: quelle che ammettono dimostrazione sono "un insieme a misura nulla", per dirla in matematichese, tra le proposizioni che ammettono una formulazione all’interno di una certa teoria.
Insomma, a fronte di sforzi ormai quasi pluricentenari, finora infruttuosi, di dimostrare questa ragionevole proposizione che và sotto il nome di Ipotesi di Riemann, che è stata rivoltata fino a renderla irriconoscibile, ma la cui formulazione è ancora di una semplicità disarmante, vale forse la pena attestare dignità alla "terza via", se non altro per motivi di selezione naturale: la moltitudine delle direzioni in cui gli sforzi si propagano non può che far bene. Se anche sbagliata, se ne potrà trarre qualche insegnamento.
Personalmente, ho una teoria. Non posso fare a meno di notare che i numeri primi giocano un ruolo di primo piano nella dimostrazione del teorema di Goedel, e mi piace pensare che gli oggetti che danno forma all’indecidibilità siano essi stessi soggetti ad indecidibilità. Goedel usa i numeri primi come strumento per costruire un metalinguaggio in cui sia formulabile una proposizione vera ma non dimostrabile all’interno di una certa teoria; una proposizione di cui conosciamo il "numero di Goedel" (le sue coordinate nel metalinguaggio) ma di cui non conosciamo il contenuto espresso all’interno di quella teoria stessa (lo so, è mindblowing, ma credo che funzioni proprio così!). D’altra parte la decidibilità dell’ipotesi di Riemann ha implicazioni (che io non comprendo) sulla computabilità di numeri primi arbitrariamente alti. Supponiamo allora di realizzare il programma di Goedel, e di numerare pedissequamente una teoria che sappiamo incompleta in maniera tale che ad ogni numero di Goedel corrisponda una ben determinata proposizione; siamo allora in grado di computare il numero di Goedel di quella famigerata proposizione vera e indecidibile? In questo caso non sarebbe più indecidibile.
Il mio sogno, sepolto nel fondo del cassetto della scrivania che ho già buttato via anni addietro, è che l’indecidibilità dell’ipotesi di Riemann ponga limiti insuperabili a questo programma.
L’altro sogno, meno irrealizzabile, è che un matematico serio venga a battermi sulla spalla destra e a dirmi, "guarda, non hai capito un cazzo". Anche su questo blog, se necessario.
A system is a state of the environment.
Hence the environment is a state of the system.
Il bello è che tra qualche giorno ci saranno di nuovo delle manifestazioni, e probabilmente queste saranno pacifiche e ordinate come raramente, e tutti saranno contenti che le cose siano andate a buon fine, e Veltroni e Saviano e tutti gli altri, pacche sulle spalle per la buona riuscita, e per il successo dei loro bei consigli. E poi tutti a casa, perché la manifestazione è finita, bravi ragazzi nostri. E di quello che la manifestazione lamentava, niente.
Da qualche giorno rimugino sugli scontri di Roma. Si, certo, condanna ferma e decisa, indignazione, rabbia perché poi sui media si parla solo di quello, perché la violenza ci accomuna alle mafie, e poi va a tutto vantaggio di Berlusconi, e la non-violenza e la democrazia… Rispolvero i ricordi delle molte manifestazioni andate in vacca per colpa di un esagitato con troppa cocaina in corpo, entro in modalità pasoliniana di compassione-per-le-forze-dell’-ordine-che-in-fondo-sono-popolani. OK, ora la penso come tutti gli altri, faccio finta di essere sano.
Devo confessare però che c’è una parte di me che è molto meno diplomatica, che ribolle incontrollabilmente di esultanza e anche un poco di quella forma di malinconia che attanaglia l’assente. Sia chiaro: sono troppo pavido, ben educato e rispettoso per lanciare un sampietrino contro una vetrina. Anche se non escludo, nell’eccitazione del momento, che se mi fossi imbattutto in un’auto blu disgraziatamente parcheggiata lungo il percorso, e mi fosse stata fatta trovare a terra, lì di fianco, una mazza da baseball, in un’ottica situazionista avrei potuto dare libero sfogo alle mie pulsioni, e per lo meno scheggiare il parabrezza. Mi assumo la responsabilità per quanto scrivo, ovviamente. E allora voglio analizzare questo sentimento, che si è fatto via via più forte, e si è solidificato in opinione leggendo le mille parole di condanna, i commenti calibrati al millimetro della gente che ha paura di esporre un’idea che non sia quella di tutti gli altri, per il pericolo di venire additato come "fomentatore d’odio". E le filippiche paternalistiche di Roberto Saviano, che avrà pure guadagnato appeal tra le nonne ma a occhio e croce ne sta perdendo parecchio con i nipoti. E gli editoriali sprezzanti di Ferrara. E tutto il resto.
1) Il corteo, la piazza, non è un essere razionale, è un animale selvatico. Non c’è una testa pensante, non ha un indirizzo nè un numero di telefono. E’ un organismo complesso, ma insegue bisogni elementari. Una grossa ameba, che trovandosi in una soluzione senza nutrienti risale il gradiente verso dove ce ne sono, senza una precisa strategia: ha solo l’urgenza di massimizzare il suo nutrimento. Il nutrimento di questo corteo è l’insofferenza verso il potere gerontocratico, mafioso e corrotto, e più si avvicina al centro di Roma più l’insofferenza si fa grande, alla vista dei luoghi della "democrazia", i salotti, i palazzi, le chiese, al contatto con l’asserramento militare, alle voci degli scambi mercantili nel "tempio sacro" della politica. Certo, nel lungo corso si potrebbe tentare di addomesticarlo, questo organismo: saranno forse eletti dei rappresentantucoli furbi e biforcuti, che riusciranno poi a varcare il confine, con i migliori intenti, per carità; verrà istituito il servizio d’ordine, e poi diventerà un bel sindacato per difendere le pensioni degli anziani e il TFR. Ma ho l’impressione che i movimenti, negli ultimi anni, siano fatti per dissolversi, o per dividersi per mitosi in altre forme di espressione dell’insofferenza, una tra tutte l’esilio. Fino ad allora, quello che spontaneamente si presenta alla sua portata succede. E se la sua esigenza in quel momento è cacare in centro a Roma, cagherà in centro a Roma. Io lo preferisco ancora così, libero e brado.
Tutte le persone che scrivono "ai ragazzi" perché non succeda più, stanno parlando al vento. A chi scrive Saviano? A chi lo ascolta? Non serve. A chi lancia i sassi? Risate.
2) Sfatiamo il luogo comune che queste violenze danneggino la visibilità della manifestazione, fondata sulla misura del successo in base all’auditel, al televoto e alle valutazioni degli opinionisti di Domenica In. I cortei ormai non conquistano più il palinsesto, e la violenza danneggia una visibilità che altrimenti non ci sarebbe affatto. Il nudo e la violenza, questo soltanto produce audience. Ormai è chiaro che una manifestazione, che sia di diecimila o di centomila o di un milione di persone, che sia di terremotati, di studenti, di commercianti, di sindaci, di poliziotti, di operatori del volontariato, dei cristiani, degli anarchici, non ha nessuno nessuno spazio di attenzione, neanche presso quelli che dovrebbero essere i suoi referenti politici. La manifestazione arriva solo alle persone che ne sono toccate direttamente, e ai simpatizzanti. Non un telespettatore cambierà idea perché si è avvicinato alle posizioni dei manifestanti guardando il Tg1. Non una persona che solidarizzi con le istanze del movimento ignora che le violenze "vengono da pochi facinorosi", e che sono endemiche. L’unica cosa che al limite può passare è che c’è un continuo protestare per qualcosa in Italia, in forme varie, di persone diverse: alcuni sono "cortei pacifici democratici e pieno di vita"; altri usano la violenza; e poi c’è lo sciopero degli autobus, e il latte spruzzato sull’autostrada. Mia nonna non distingue queste cose.
La televisione è uno dei pilastri del potere che si vorrebbe rovesciare. E’ vero che dà un’immagine distorta della realtà; ma è impossibile e sbagliato voler modificare la realtà per manipolare il messaggio, cedendo al ricatto di chi quel potere lo usurpa.
I conti con i danni di consenso inflitti dalle manifestazioni di violenza li fanno i miseriabili contabili di partito, che pensano di manovrare il consenso come si manovrano delle derrate alimentari, pallottoliere alla mano. E non si sono accorte che nel frattempo il grano è marcito nei granai.
3) (e non si possono più ascoltare i ricordi degli anni ‘70, e i Michele Serra e gli Adriano Soffri che interpretano il presente con la lente infranta di quando portavano l’Eskimo, e facevano le cazzate che adesso sconsigliano agli altri, e non capiscono che non si impara mai nulla dagli altri, che l’esperienza la si può maturare solo sperimentando da soli, e che i loro triti ricordi hanno semmai sempre e soltanto risvegliato nei ragazzi che hanno voglia di partecipazione una malcelata ammirazione, invidia e desiderio di emulazione, e che proprio questa inadeguatezza dei figli rispetto ai padri e i saccenti consigli di vita vissuta ma da non far vivere agli altri sono alla base della pulsione parricida, e che è un bene, perché si spera che questa generazione non voglia fare la fine della generazione appena precedente che è orfana di un momento collettivo di liberazione, perchè il muro di Berlino l’ha fatto cadere Gorbaciov, e non loro, nonostante le foto con i picconi; la generazione postmoderna, senza padri da uccidere)
Dualità tra sistema e ambiente: un racconto di grafi, informazione e non-equilibrio
Mettiamo una pentola d’acqua sul fuoco: alzando la temperatura, il gradiente di temperatura determina un flusso di corrente conservata che si contorce in una cella convettiva. Astraendo, la meccanica statistica di non-equilibrio tratta delle correnti di probabilità indotte in un sistema dalla presenza di una forzante esterna, che impedisce al sistema di rilassare all’equilibrio. Se supponiamo che lo spazio degli stati sia un grafo, gli osservabili "macroscopici" hanno semplici definizioni in termini di semplici oggetti matematici, e rispettano una simmetria che siamo tentati di interpretare come una dualità tra sistema e ambiente.
Non so come andrà a finire tra pochi minuti. Altre volte mi sono immaginato un brindisi sguaiato, un fiume di prosecco spruzzato sui passanti in festa, in piazza. Il giorno della liberazione. Già era venuto una volta, anni fà. Ma poi con sconcerto ci siamo resi conto che no, non ce ne eravamo liberati. Ora accoglierò la notizia, se sarà tale, con un mezzo sorriso; e se non sarà, con un cenno di disappunto e poi spallucce.
Non so come andrà a finire, ma so che la bottiglia di Jacquesson che conservo in frigo da ormai troppi mesi non vale la misera soddisfazione di vederlo capitolare. Lo stapperemo per festeggiare le nostre piccole gioie private: la storia non può darci nessuna soddisfazione. Troppo grande lo sfregio, lo stupro del paese. Come si fà a festeggiare? E per chi salutare? Un governo di "larghe intese", senza maggioranza? Una tornata elettorale infausta, che ci consegnerà all’ennesimo stallo?
La mancanza di futuro di questo paese rispecchia la mancanza di prospettive dei suoi consumatori. Qualunque cosa succeda, si profilano mesi di attesa, lunghe pause di riflessione, prudenza e tatticismo. Ma noi avevamo fretta, oggi, di chiudere per sempre un discorso ed aprirne uno nuovo. La nostra impazienza non troverà soddisfazione; i nostri desideri rimarranno comunque frustrati.
PS. Ore 13.44. Mi vien da piangere.
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