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Fazio. Serata in onore di de André. Dopo Bocelli, pubblicizzato per un mese forse più con uno spot da vergognarsi a guardarlo ed uno show atroce, una rassegna funebre manco fosse stato anche quello in mortem, ora il povero Fabrizio. Che non si rivolta in tomba, perché è morto dieci anni fa ed il suo corpo è un cumuletto di materiale organico e la sua anima si è dissolta secondo i precetti della sua miscredenza (sicuramente abiurata sul letto di morte, a detta di qualche pretuncolo). Ad ognuno il suo: gli indù si reincarnano, i cristiani bruciano all’inferno in buona compagnia o si annoiano nell’aria condizionata del paradiso (parafrasato da Mark Twain). De André semplicemente non c’è più, ma le nostre società malate hanno bisogno di commemorare i morti, serve per costruirsi un’identità, oppure un’indennità dalla morte - bah.
Fatto sta che ci ritroviamo il campione della medietà, del buonismo, del buonsensismo, nonché il grande (veramente) ideatore dei migliori format televisivi omaggiare un uomo che non era medio, non era buono e non aveva molto buonsenso, visto la fine che fece, e soprattutto che detestava la televisione, comparendovi in - credo - una sola occasione. Ora de André è diventato un eroe nazionale, amato da tutti (o meglio, da tutta la metà del paese che considero), preso a spizzichi e bocconi e reinterpretato da tutti. E quindi condiviso. Come se de André avesse sempre spanso parole condivise, non controverse, ragionevoli per tutti.
Ognuno nel suo privato ha un rapporto personale con il personaggio, il mito che si è costruito di persone che non ha mai incontrato e che magari conosce solo malamente. E’ normale: penso anch’io di avere un rapporto privilegiato con de André, come anche con Boltzmann, Einstein, Nietzsche, Prodi (sic!); da ragazzino io e Bono eravamo pappa e ciccia, poi abbiamo litigato e sono stato amico intimo di Thurston Moore finché non mi ha fregato Kim Gordon (che poi era successo anni prima). Ma è, appunto, un rapporto privato. Io SO, anche se è difficile ammetterlo, che con queste persone avrei avuto molto poco da spartire, e che insomma non mi avrebbero cagato.
Un’altra cosa è la celebrazione pubblica. Mi chiedo ad esempio: il libertarismo e l’anarchismo di de André non sono proprio dei dettagli. Ai concerti portava spesso in tasca una copia della rivista anarchica A, cui donava generosamente. Ebbe un sodalizio con Alessandro Gennari anarchico mantovano dopo (e perchè) che questi aveva bruciato la bandiera italiana in piazza. Si ritrova schiaffato sui media borghesi nazionali con i vessilli spianati. Il mio de André, quello con cui sono in confidenza, mi dice che lui odia i funerali, odia le commemorazioni, le visite al cimitero, gli eroi della patria con le strade intitolate, il sistema repressivo della telecomunicazione, la retorica televisiva, i buoni sentimenti caramellosi, lo show. Allora come riservargli un simile servizio, normalizzandolo a misura dei nostri valori, senza sentirsi un po’ ipocriti? Il mio de André mi dice che gli piaceva stare in mezzo alla gente, quella vera, quella del porto con cui trattava il prezzo del pesce, il contadino sardo che lo ha aiutato a mettere in piedi l’Agnata. Persone intervistate per il bellissimo documentario e avevamo gli occhi troppo belli distribuito dalla rivista anarchica. E si ritrova lo studio pieno di "pezzi grossi" a parlare di lui come fossero stati mai veramente suoi amici (alcuni lo furono). Il mio de André privato ama la terra, sporcarsi le mani, le cose autentiche, rustiche, le persone venute su dal basso, che lavorano con le proprie mani, i figli di nessuno, i diseredati come lui che aveva rifiutato il riscatto del padre per il rapimento in Sardegna. Il suo spazio di natura selvaggia in Sardegna, l’Agnata, è ora un agriturismo ultrafighetto e pulito. Dori Ghezzi ci ha organizzato un bel concertino commemorativo quest’estate. Ci siamo stati, ma saremmo voluti scappare subito, quando abbiamo visto entrare tra la gente Cristiano sigaretta un bocca (lo ricordate a Sanremo?), bambino viziato con le fattezze e la voce del padre. L’ho incrociato e mi son spaventato: "E’ Fabrizio", ma invece era Cristiano, osannato come fosse, appunto, il padre e con l’imbarazzante scia di amichetti fighetti milanesi. Siamo scappati a metà del concerto della Vanoni, sua cara amica in vita, imbalsamata come un cotechino, labbra gonfie e livide come gommoni, che tirava stecche a gogo da far rabbrividire. E abbiamo pensato: povero Fabrizio.

completamente d’accordo. solo che lo sapevamo sin da subito, senza doverlo nemmeno vedere. è la televisione. per questo io dico che c’è stato anche qualcosa di buono. di buono rispetto a quello che c’è di solito in tv.
Comment by lussu — January 11, 2009 @ 11:52 pm