liberazione e comunione
Anticipando i (tristi) festeggiamenti di oggi, ieri il televisore ha smesso di funzionare, e la radio è costantemente sintonizzata su Radio Città del Capo, Radio Fujiko, Radio Tre, Radio Due. Spiace per blob; ma per il resto è una splendida notizia. Ha fatto da sola quello che io non avevo avuto il coraggio di fare.
La televisione si è spenta sulle ultime parole del Presidente della Repubblica che invita a condividere la resistenza, su quelle del presidente della Camera che invita la destra a considerare i partigiani come valorosi patrioti (e perché non dei camerati allora?), sugli scivoloni di La Russa e di Alemanno. Tutti in fila a mandar giù di malavoglia l’ostia consacrata.
Ma perché questo gioco di equilibrismo? Io non voglio che la Liberazione sia condivisa, la Liberazione è nostra e dovrebbe essere l’antenato illustre di una nuova liberazione. Io non voglio che Alemanno si giustifichi se non partecipa perché verrebbe contestato; non voglio che Franceschini inviti Berlusconi a fare sua anche la Liberazione. Io non voglio la pacificazione. Non c’è nulla da pacificare; i morti sono morti, la storia è fatta. Non me ne frega niente se un ministro fascista dichiara di odiare la resistenza, lo so benissimo, non mi preoccupa e non voglio ipocrisie. Non sono i reduci fascisti e i forzanuovisti quelli che bisogna temere. Non è la fede in Mussolini. Non capisco l’antifascismo militante in un periodo in cui un altro fascismo si sta instaurando, molto più visceralmente; e oggi sarà sui palchi di tutta Italia a predicare la comunione d’intenti di tutti gli italiani.
Teniamoci le feste del 25 aprile per noi, almeno come momento di vera socialità. Evitiamo di disperderci e si scoraggiarci. E resistiamo.
