il piacere della scoperta
Più sai, meno pubblichi
[Attribuita a Landau]
Avevo preso in prestito questo libro in biblioteca un mese fà, incuriosito dal titolo, ma me ne ero presto dimenticato. L’altro giorno ricevo un promemoria di restituzione, mi torna in mente quel volumetto scritto da matematici per matematici, quindi non troppo appetitoso per me, e lo ritrovo seppellito tra le carte. Prima di restituirlo apro a caso una pagina, così, giusto per onorare il prestito. E leggo una frase a caso
Proof. By the de Rham dual theorem there exist closed one-forms […]
Mi viene un colpo. Perché parlano di teoria di de Rham in un libro che ha a che fare con i processi stocastici? Vediamo a che proposito. Il capitolo è Entropy production of diffusions. A questo punto comincio a innervosirmi. Sfoglio attentamente il capitolo, e si!, è quello che temevo.
Da qualche mese mi ero convinto che certi risultati di teoria dei network dovuti a Schnakenberg, in particolare la possibilità di scrivere la produzione di entropia nello stato stazionario in termini di forze e correnti macroscopiche definite su una base di circuiti fondamentali del grafo, potessero essere estesi ai processi diffusivi tramite applicazione di risultati di geometria differenziale (ne avevo accennato qui, qui e qui). Non ne sapevo molto, per cui ho cominciato (anche per cultura personale) a studiare seriamente geoemtria differenziale, che è una lunga, lunga strada in salita. Più andavo avanti più mi convincevo che l’intuizione potesse essere corretta.
Ora ne ho la certezza. E’ solo che esiste già, tutto scritto nero su bianco. E’ un risultato piuttosto recente e spero presto di riuscire a capirlo nei suoi dettagli per poterne scrivere qui. Sicuramente si tratta di un risultato molto formale e che offre tantissime possibilità di approfondimento, soprattutto in direzione fisica; si presta ad essere messo in parallelo con risultati analoghi di teoria di gauge, dal punto di vista concettuale credo che abbia a che fare con il principio olografico in una sua formulazione termodinamica, e il mio maggiore interesse rimane quello di individuare un principio variazionale per gli stati stazionari di non-equilibrio (se non c’è già, che non è mai detto…). Sicuramente è un risultato che la comunità dei fisici non conosce e degno di essere rielaborato.
Certo, è piacevole scoprire che un’intuizione grezza si è rivelata corretta, vuol dire che le domande che ci si pone sono sensate. Ma rimane la delusione. Avevo investito molto in questa intuizione perché mi offriva la possiilità di "personalizzare" il dottorato, di darmi un mandato autonomo. Così invece si aggiunge alla pila dei libri un’altra cosa da studiare, non facile, necessaria per raggiungere la frontiera della ricerca e da lì, forse, riuscire a limare qualche dettaglio.
Forse sono stato ingenuo, a pensare che un newbie fosse in grado di porsi domande interessanti. Se si pensa alla mole immensa di scienza già elaborata, sembra che l’atteggiamento corretto sia quello di mettersi a studiare umilmente. Fatto sta che abbiamo 30 anni adesso, e quando arriveremo a porci domande forse saremo già fusi da non poter dare loro risposta, o non averne più la voglia. D’altra parte vedo intorno a me che chi ha cominciato fattivamente a fare ricerca, ha smesso di studiare e le nozioni si sono sedimentate a quello che si sapeva alla fine del periodo di dottorato. Ad un certo punto bisogna smettere di studiare, deporre i libri, evitare di surfare troppi articoli altrui, e mettersi a lavorare. E il risultato è che la maggior parte della ricerca sarà una ri-scoperta di cose note; non priva di valore, perché c’è un certo margine di reinterpretazione personale che può aiutare a mettere in luce aspetti diversi. Come disse Feynman nella sua Nobel lecture, una cosa non la si capisce veramente finché non la si scopre personalmente. Ma il rischio è chiaro: che mole di scienza diventi così grande che ogni nuova ricerca non riesca mai ad uscire dall’alveo delle cose note. E’ la "fine della scienza" invocata dal giornalista scientifico John Horgan.
Un’ultima riflessione. La scienza ha anche scopi d’utilità sociale, consente il cosidetto "progresso" dell’umanità, etc. Ma ritengo che rimanga in primo luogo una questione di soddisfazione di un personale desiderio di scoperta. A volte mi chiedo, che diritto ha l’uomo di togliere all’uomo questa enorme soddisfazione? Abbiamo tutti giocherellato con i numeri primi, magari arrivando a formulare ipotesi come la congettura di Goldbach, o tendando di dare loro un ordine come fece per primo Eulero per arrivare a Riemann. Magari abbiamo provato il brivido di aver trovato una dimostrazione del fatto che i numeri primi sono infiniti, e poi veniamo a sapere che questa dimostrazione è un fatto elementare, il primo teoremino nel manuale la cui dimostrazione è lasciata per esercizio a casa. Certo, siamo stati dei fessi a pensare di poter fare ipotesi che non fossero già note. Ma chi è che si è arrogato il diritto di togliermi il piacere della scoperta e di deludermi? E costui, è sicuro costui che, indietro nella storia, nella Grecia antica, tra i Sumeri o gli Egizi, non ci fosse qualche pastore solitario e geniale che questa cosa la sapeva già, ma che se l’era tenuta per sè? Oggi non può più nascere un nuovo Eulero, un nuovo Ramanujan che possa trarre piacere dal fatto di ipotizzare e verificare semplici ipotesi.
Lo stesso non succede in musica, filosofia e nelle arti: i musicisti neri del jazz primordiale hanno "riscoperto" molte delle arditezze armoniche che venivano già usate in Europa dai compositori del tardo ottocento, ma la musica che ne è venuta fuori è completamente diversa, e il fatto che il materiale armonico sia lo stesso poco importa, nessuno verrà a bollarli come "poco originali". Lo stesso per il pensiero umano: si dice che i filosofi moderni non abbiano fatto altro che ripetere quello che dicevano Platone e Aristotele, ma ogni volta che si dice la stessa cosa, acquisisce nuovo valore e un nuovo autore. Le scienze invece sono accumulative, e siamo condannati al fatto che ogni scoperta ci impoverisce, ogni cosa in più che sappiamo ci toglie qualcosa dentro. E non c’è modo di rimediare a questa situazione, a meno che il piacere della scoperta non torni ad essere una questione personale, e non universale.
