August 29, 2009

Nodi e circuiti elettrici

Filed under: fisica fiscale

[mi sono impegnato per renderlo digeribile a tutti, per cui non accetto scuse]

Nodi e numeretti magici

Prendete una corda, attorcigliatela e annodatela a piacere, saldate le due estremità. Appoggiandola su un piano otterrete una figura del tipo

fig.1: l’immagine di un nodo (dove il tratto si interrompe, la corda passa sotto) 

Ora riprendete la corda in mano e senza aprirne le estremità attorcigliatela ancora un po’. Rimettendola sul piano l’immagine ottenuta sarà molto diversa, magari più complicata, con più incroci e annodamenti; o magari può essersi "sciolto". Però il nodo è sostanzialmente quello di prima, visto che non avete aperto la corda. Come fare a decidere se diverse immagini sul piano corrispondono allo stesso nodo?

Non tutti i nodi sono uguali. Per esempio considerate il nodo semplice, il primo che fate quando volete allacciarvi le scarpe, o meglio, considerate la cordina allacciata dei pantaloncini, ma senza pantaloncini. Saldate nuovamente le due estremità: ottenete un nodo che per quanto lo rigiriate non diventerà mai un semplice "anello": da qualche parte qualche incrocio riaffiorerà sempre. Adesso immaginate di completare l’allacciatura, ottenendo il nodo con i due "fiocchetti", e saldate la corda. Esperienza insenga che tirando uno dei lembi di corda entranti nel nodo, questo si scioglie restituendovi il caro vecchio nodo semplice. Cioè, considerando come il nodo "spezzetta" lo spazio, cioè in senso "topologico", il nodo con i fiocchetti è lo stesso del nodo semplice, e i due sono riconducibili l’uno nell’altro con un semplice movimento che non richiede di aprire la corda.

La mossa che avete fatto si chiama la II mossa di Redemeister. Le mosse di Redemeister sono tre movimenti estremamente semplici che consentono di modificare l’immagine sul piano di un nodo senza spezzare la corda. Due immagini corrispondono allo stesso nodo se si possono trasformare l’una nell’altro solo tramite mosse di Redemeister. Un nodo è irriducibile se non è possibile fare mosse di Redemeister. Per esempio, il nodo semplice è irriducibile.

Ecco le mosse di Redemeister. Piuttosto ovvie.

 

fig.2: le tre mosse di Redemeister (da completare con le simmetriche)

Una domanda che sorge spontanea ad un matematico che studia nodi e links (= nodi tra più corde chiuse, concatenate) è: posso associare all’immagine sul piano di un link dei numeretti (detti invarianti) che non cambiano quando faccio le mosse di Redemeister? Questo sarebbe importantissimo, perché allora sapremmo che due immagini con diversi invarianti non possono essere ricondotte l’una nell’altra. Non avremmo bisogno di perdere la testa con le mosse di Redemeister: basta calcolare i numeretti, e se non sono uguali possiamo mettercela in tasca.

La risposta a questa domanda è si! Un famoso invariante è il polinomio di Jones, che si ottiene come caso particolare da un altro importante polinomio, detto le parentesi di Kaufmann. Anche se a diversi invarianti corrispondono diversi nodi, non è detto però che diversi nodi abbiano diversi invarianti. Per questo bisogna inventarsi altri invarianti dei nodi, sempre più "personalizzati". Tutta una classe di invarianti è stata individuata da Witten tramite applicazione della teoria di Chern-Simons quantistica… ma questa è un’altra storia. Qui (per ora) non siamo molto interessati a questi numeretti magici.

Grafi e nodi

Un grafo (planare) è una cosa sostanzialmente diversa da un link (leggete pure nodo se "link" non vi piace). In pratica un grafo planare è una collezioni di punti su un piano  (meglio detti vertici) e linee tra punti (meglio dette rami), che non si intersecano se non in un punto. I grafi trovano applicazioni in molte branche della fisica; per esempio, se ad ogni ramo viene associata una resistenza, applicando voltaggi ai nodi si ottengono correnti elettriche stazionarie che si bilanciano ad ogni vertice (legge di Kirkhoff). La teoria dei grafi permette di risolvere il sistema elettrico. Un’altra applicazione è lo studio delle diffusioni su network: immaginate un ubriaco che cammina per una città piuttosto intricata, prendendo vie a caso. Poniamoci la domanda: "che probabilità c’è che arrivi in un certo punto della città, partendo da un certo altro punto? ". Questo è l’oggetto della teoria delle diffusioni. Più interessante ancora diventa il problema se ad ogni via, e ad ogni direzione di una via, corrisponde una probabilità diversa di percorrenza (mettete che una sia in discesa, che una sia stretta e angusta, che in una le auto siano parcheggiate sul marciapiede… tutto questo influisce sulle scelte dell’ubriaco).

 

fig.3: un grafo (ATTENZIONE: non è planare, anche se non sembra) e un grafo orientato.

Per modellizzare tutto ciò, quindi, nei casi più semplici ci può bastare la struttura del grafo, mentre a volte dovremo considerare grafi pesati, con numeri associati ad ogni ramo, grafi orientati, con orientazioni assegnate per ogni ramo, grafi con pesi diversi nelle diverse orientazioni. In questo post però parlerò solo di grafi segnati, ossia i cui rami possono portare un valore +1 o -1. In futuro parlerò anche degli altri (ah, queste promesse…).

Anche se grafi planari e immagini dei nodi vivono nel piano, non è affatto ovvio che ci sia una relazione tra i due. Per esempio: gli incroci di un nodo coinvolgono sempre quattro lembi di corda, mentre da un vertice di un grafo possono uscire quanti rami desideriate. Eppure esiste un modo di associare un unico link ad un grafo planare segnato, detto il grafo mediale del link, e viceversa.

La costruzione non è semplicissima, e un esempio è più chiaro di mille parole:

fig.4: trasformazione di un grafo in un nodo e di un nodo in un grafo

La prima riga in fig.4 mostra la trasformazione di un grafo planare nell’immagine di un nodo: ad ogni ramo corrisponde un incrocio; uscendo da un incrocio la corda supera il primo vertice che incontra e si riallaccia al primo lembo di corda ad un incrocio disponibile. La costruzione è del tutto rigorosa, e si può trovare in Bollobas, Modern Graph Theory, e nel magnifico articolo di Kaufmann A Tutte Polynomial for Signed Graphs (Per i Matematici: lo scopo di Kaufmann in particolare è quello di estendere la definizione del polinomio di Tutte, che contiene l’informazione topologica sul grafo ed è ben definito per grafi non orientati, pesati o no, a grafi segnati; e lo fà tramite una meravigliosa corrispondenza tra il polinomio di Tutte e le parentesi di Kaufmann.)

Esiste anche una trasformazione inversa (seconda riga in figura). Si colora di nero alternatamente le aree dell’immagine del nodo in maniera tale che lo sfondo sia bianco e che due aree confinanti abbiano colori diversi, e ad ognuna di  quelle nere si associa un vertice del grafo; aree che spartiscono un incrocio sono collegate da un ramo. Il fatto che esista una trasformazione inversa implica che c’è una corrispodenza uno-a-uno tra la categoria dei grafi planari e la categoria delle immagini dei nodi.

Ma come introdurre anche l’informazione su quale corda passa sopra e quale passa sotto ad un incrocio? Per questo abbiamo bisogno di grafi segnati: siccome ad un ramo corrisponde un incrocio, e l’incrocio può esistere in due stati (corda passa sopra/corda passa sotto), bisogna introdurre un doppio stato anche per il ramo; per questo introduciamo il segno + o -. Come si fà ad assegnare univocamente un segno ad un tipo di incrocio?

 

fig.5: orientazioni di un incrocio.

Sovrapponete l’incrocio al ramo (tratteggiato). Ruotate la corda che passa sopra in senso antiorario; se l’area spazzata comprende il ramo (primo caso in fig.5), allora associate un segno +; altrimenti un segno -. E viceversa.

Ora abbiamo un modo per associare biunivocamente l’immagine di un nodo ad un grafo segnato. Ecco un paio di semplici esempi:

 

fig.6: corrispondenza tra due grafi segnati e due immagini di nodi

(more…)

August 25, 2009

Julian Barbour - 1

Filed under: fisica fiscale

Qualche nota personale su The Deep and Suggestive Principles of Leibnizian Philosophy, scaricabile qui. Nessuna pretesa di completezza.

. . .

- Prima di affrontare le proposte più radicali di Julian Barbour, in particolare l’inesistenza del tempo, e il suo entusiasmo per le idee di Deutsch sull’interpretazione manyworlds della meccanica quantistica, bisogna parlare un po’ di, come dire, relativismo, o meglio "relazionalismo". Una delle fonti di maggiore difficoltà nella quantizzazione della Relatività, o in ogni caso nella trattazione quantistica dell’interazione gravitazionale, è che mentre la Relatività Generale di Einstein è una teoria in cui spazio e tempo sono concetti relativi, la cui forma e dinamica è generata dalla presenza di materia e quindi dalle relazioni tra i corpi, Meccanica Quantistica e Teoria dei Campi Quantistici sono definite su uno spazio-tempo assoluto, newtoniano, un palcoscenico fisso su cui i corpi si muovono.

- Il "relazionalismo" è un’attitudine che accomuna vari sforzi di quantizzare la gravità, quelli della piccola (ma in crescita) comunità scientifica che gravita attorno a Lee Smolin, al Perimeter Institute, a Carlo Rovelli e vari altri tra fisici e matematici. L’idea è che questa caratteristica fondamentale della RG debba essere presente, in qualche forma, tra i requisiti fondamentali di una teoria unificata, e non derivata come proprietà emergente, o addirittura nel limite semiclassico, come nell’ide(ologi)a della M-theory (che su questo fronte ha registrato un fallimento). E’ stato fatto qualche tentativo di riformulare in senso relazionale teorie più semplici, a partire dalla meccanica classica fino alla MQ di due particelle, ed anche la RG stessa. Il lavoro di ricerca di Barbour fondamentalmente si innesta tra questi tentativi di vedere teorie esistenti sotto una nuova luce, spesso tramite modelli (molto) semplificati.

- Questi sforzi sono accomunati da un tentativo di chiarezza formale, di pulizia mentale (ecco ad esempio la categorizzazione della fisica da parte di John Baez) e d’altra parte da una profonda ricerca filosofica (ad esempio, il libro di Rovelli su Anassimandro). Anche la Teoria delle Stringhe ha portato ad una produzione filosofica, di segno decisamente diverso; in particolare al principio antropico debole e forte, con degenerazioni di stampo teologico. Ovviamente i compartimenti non sono stagni: alcune osservazioni di Barbour hanno un sapore vagamente "antropico"; per esempio quando invoca un principio di massima varietà, ma vedremo in sequito.

- In questo articolo Barbour abbraccia la filosofia di Leibniz delle monadi per analizzare questa nuova "corrente" in fisica teorica e addirittura per modellizzarla, forse in maniera troppo letterale. Ovviamente contrapponendolo alla sua nemesi, Newton, fautore di uno spazio assoluto in cui i corpi sono collocati. Leibniz è un filosofo alla moda ultimamente: ne è un grosso supporter, per motivi non molto diversi, il matematico Chaitin, e inoltre…

- I pilastri della metodologia di Leibniz sono due: il principio di identità degli indiscernibili, e quello di ragione insufficiente. La Meccanica Statistica (che non è una teoria fisica, ma una gnoseologia) poggia precisamente sulla traduzione di questi principi nell’equiprobabilità a priori e nel principio di massima entropia. Non voglio dilungarmi sui principi fondamentali della Meccanica Statistica, ma soltanto evidenziare che essa descrive (al pari della teoria della misura in MQ) non già la realtà, ma la sua percezione. Probabilità, entropia ed informazione sono concetti estrinseci, non intrinseci; per cui queste teorie sono già, in un certo senso, relazionali, in quanto descrivono come sistemi aperti si "misurano" tra di loro.

- In un certo senso sia la Meccanica Quantistica che la Relatività Generale contengono a livello fondamentale una "teoria della misura". Se in MQ è ben noto, forse risulta meno apparente in RG; ma tutti ricordiamo che la Relatività Generale è una teoria fatta di orologi, righelli, e di osservatori in sistemi di riferimento diversi che si trasmettono segnali; la velocità della luce è "la velocità dell’informazione". Sono convinto che questo sia un fatto non di poco conto; la necessità di uno scambio di informazione, e quindi di un’interazione, tra sistemi di riferimento diversi in RG porta un’indeterminazione: emerge il problema dell’impossibilità di un sistema isolato…

- Quindi l’idea di riscrivere tutta la fisica in senso relazionale. Qui si potrebbe aprire una discussione infinita su sistemi aperti e isolati e scambio di informazione, che non tenterò (ancora) ma che ha molta molta rilevanza quando si vuole parlare di tempo (v. sotto). Notare tuttavia che non potendo essere alcun sistema perfettamente isolato, tranne (forse) l’Universo stesso:

Leibinz argued that, once one starts on the true identification of an actual thing, one must always end by giving a description of the universe. His bold conclusion was that, in reality, actual things are simply descriptions of the universe from different perspectives like all the different views of a city.

Credo che questa sia un concetto meraviglioso. Volendo tradurre in senso informazionale (cioè in soldoni, per come l’ho capita io), se un "oggetto" è definito dalle relazioni con il resto dell’Universo, non potendo essere isolato esso contiene tutta l’informazione dell’Universo; quindi ogni oggetto può essere identificato con un encoding del tutto. Il tutto e la parte nella filosofia di Leibniz coincidono.

- Forse sto deragliando, e vorrei ricondurre questi concetti a qualcosa di più "fisico". Il fatto che in RG nessun sistema sia isolato deriva dal fatto che l’interazione gravitazionale non sia schermabile. Lo spazio, la posizione di un oggetto, dipende da questa interazione gravitazionale. Se in un dato sistema di riferimento la posizione di un corpo è un numero reale, l’infinita informazione contenuta nelle sue cifre decimali (come argomentava Leibniz stesso) contiene l’informazione su tutti i corpi che ne stanno influenzando lo spazio, ossia tutto l’Universo! Fila come discorso?

- Nella sua Nobel lecture Richard Feynmann ha insinuato l’idea (di Wheeler) che esista un solo elettrone, che si manifesta simultaneamente in più parti dell’Universo, ove stimolato o, aggiungo io, misurato. In un certo senso questo concetto è già presente in QFT, in cui i campi permeano l’Universo. Credo che questa idea vada a braccetto con l’idea di un concetto di spazio e tempo puramente relazionale.

- Il "campo" assomiglia in un certo senso alla monade di Leibniz; monadi esistono in quanto si rispecchiano l’una nell’altra, e sono distinguibili solo dalle relazioni che hanno con altre monadi. Devo dire che la cosa mi risulta comunque un po’ sciamaniaca, e preferisco sorvolare.

[continua…]

August 24, 2009

festivaletteratura 09

Filed under: supposte proposte

Ecco i (pochi) eventi a cavallo tra fisica-matematica e letteratura di festivaletteratura 2009. Prosegue la lenta e subdola intrusione nel programma del festival fino alla completa trasformazione della kermesse in un festival scientifico, nel 2150, anno in cui si insedierà un parlamento al 90% composto da scienziati e in cui gli studenti dovranno prendere ripetizioni di storia dell’arte perché troppo appassionati ai numeri primi.

 

Julian Barbour
TUTTO IN UN PUNTO

Se una notte d’inverno tutte le distanze dell’Universo raddoppiassero, chi se ne accorgerebbe? E se il movimento fosse un moto di forme e non di corpi? Il tempo è davvero necessario per misurare i cambiamenti o è solo l’astrazione e la sintesi delle relazioni tra gli oggetti? Se Calvino avesse sentito parlare Julian Barbour, fisico e ricercatore off rispetto ai circuiti accademici, avrebbe preso febbrilmente appunti per le sue Cosmicomiche. Gli studi di Barbour perseguono infatti la rivoluzione concettuale innescata dalle teorie di Einstein e ancora non completamente conchiusa. Una rivoluzione dimezzata. Presenta l’autore di La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura il blogger tomate.

Tito Arecchi e Bruno Giorgini e il pubblico
LA MENTE COMPLESSA, COMPLESSA È LA MENTE

Da quando spalancare gli occhi sull’abisso signifi ca permettere all’abisso di scrutarci dentro, il mestiere di fisico teorico è diventato pericoloso. Ma nella cassetta degli attrezzi del perfetto scienziato stanno ben riposte creatività e coerenza che, con una certa dose di riduzionismo, attaccano ogni profondità, anche gli spazi infi niti della mente. Galileo scrisse che chi si occupa di scienza deve non tentare le essenze ma contentarsi delle affezioni quantitative. Complessità, creatività, libertà nelle parole di due fisici per professione e scrittori per passione. 

Roberto Natalini e Leonardo Colombati
VERSO L’INFINITO E OLTRE

Una passeggiata non troppo aleatoria tra scienza e letteratura. Ad un anno esatto dalla scomparsa di David Foster Wallace, il ricordo migliore che si può tentare ha la forma di un triangolo di Sierpinski, un frattale che nasce dalla cancellazione selettiva, infinitamente uguale a se stesso in ogni dettaglio, eppure simbolo di stasi caotica. Usando come base la matematica e come altezza la letteratura, nell’area d’applicazione creativa del linguaggio chiediamo a Leonardo Colombati, autore del romanzo eroicomico Perceber, e a Roberto Natalini, matematico, se esiste un romanzo scientifico e se la matematica può o deve ricorrere al bagaglio metaforico della letteratura. 

Mirko Degli Esposti e Chiara Valerio
SE LO STILE NON È UN’OPINIONE

Il già enigmatico concetto di entropia, volgarmente detta “misura del disordine”, ha conquistato nel XX secolo il significato inatteso e quasi sciamanico di “informazione”. Informazione che fl uisce negli spazi fisico-matematici, ma anche in rete e sulle pagine dei giornali e dei libri. D’altronde le parole permettono di elaborare metaforicamente anche l’astratto matematico. Sono solo analogie o la matematica può pronunciarsi perfi no sulla scrittura? E quando una trovata narrativa è un’idea matematica e viceversa? Mirko Degli Esposti, probabilista e statistico, ne parla con Chiara Valerio, scrittrice di formazione matematica.

August 19, 2009

corsica

Sul traghetto da Livorno a Bastìa il nostro vecchio camper era in compagnia di almeno un altro centinaio di orribili van bianchi, pronti a invadere le coste della Corsica. Nelle zone più turistiche del mediterraneo (Sardegna, Corsica, Salento etc.) ormai da anni i divieti contro i camper fioccano per evitare l’invasione di un popolo sempre più numeroso e dalle abitudini piuttosto invasive: piazzati in riva al mare per giorni, con verande, tavoli, panni stesi, ed una teoria di gadget (bici/moto/gradelle/antenne paraboliche), i neocamperisti cafoni cercano di ricreare le condizioni di casa, indisponibili alla vita spartana che il viaggio richiede. Non ci sono più i camperisti di una volta, verrebbe da dire, quando il camper era una scelta di nicchia, e si poteva dormire sotto la torre Eiffel, sui fiordi irlandesi, sulle spiagge dell’Algarve, tra i trulli di Alberobello. Discreto e solitario, il camperista salutava ogni raro sodale sulle strade d’Europa, secondo l’"etica del camperista", con un cenno della mano al volante, o una sfanalata d’abbaglianti, per poi proseguire in tutta libertà verso una meta ignota, lungo un percorso disegnato giorno per giorno. Poi sono iniziate le cordate di camper, gruppi di più famiglie in pattuglia, spesso con mezzi a nolo, protocolli di viaggio precisi ed efficientismo svizzero, e il saluto veniva gadualmente tolto. Poi il camper è diventato il surrogato della villeggiatura, un monolocale relativamente comodo da piazzare in un condominio-campeggio a basso costo.

Oggi il popolo dei camper è vastissimo, e nei luoghi più frequentati è organizzato e veicolato per evitare che tendopoli abusive si insedino in pochi giorni nei posti più belli d’Italia. Il divieto è pressoché generalizzato: in Corsica e Sardegna, in teoria, è vietato dormire fuori da un campeggio, in virtù di norme antincendio fumose che annoverano il divieto di campeggio selvaggio, anche quando "campeggio" vuol dire soltanto dormire sulla propria vettura lungo una strada secondaria. Il camperista si accoda e come in un viaggio organizzato transita da campeggio a campeggio, da parcheggio a parcheggio in mete standard affollate, autentici villaggi vacanze. E gli va bene così, perché si possono fare due chiacchiere con i vicini, proseguire la discussione nata sui forum in internet su dove si deve andare e dove si è stati, e non si rischia di rigare il camper a nolo su strade malmesse, a ridosso di rocce irte. Che siano camperisti poco esperti traspare dalla difficoltà con cui fanno manovra, e dalla febbrile dipendenza dal navigatore satellitare. Strumento che non solo è inutile, ma è anche in antitesi con l’essenza stessa del camperismo.

Scesi dal traghetto a Bastia eravamo rassegnati a condividere le nostre vacanze con un popolo per cui avevamo scarso interesse. Giriamo verso destra diretti a Cap Corse, il dito che esce dal pugno ad indicare la Liguria e che ha servito da roccaforte del controllo genovese. Dopo cento metri cento che siamo fuori dalla cittadina, lungo l’unica strada di grande scorrimento che attraversa la costa est, davanti e dietro di noi non c’è nessun altro camper, e ci chiediamo dove siano finiti tutti quanti. Il nostro viaggio prosegue seguendo tutta la frastagliata linea costiera lungo la costa occidentale, quella dove tramonta il sole, per strade strette che non ci passano due furgoni contemporaneamente, e quando li si incontra bisogna fare complicate manovre per accostare al massimo il camper al precipizio, non cintato da muretti o guard-rail. Il camper in salita fatica e presto si formano code di auto che senza fretta aspettano il momento giusto per passare. E siccome questo momento non arriva mai accosto volentieri e li lascio passare, e volano i ringraziamenti, saluti dai finestrini, segnalazioni con le quattro frecce, addirittura gente che suonicchia il clacson per riconoscimento. Sono perlopiù francesi, sbarcano a nord-ovest a Calvi e discendono la costa verso le Calanche e altre amenità.

Si attraversano luoghi popolati da pochi o pochissimi altri camper, e la vita del camperista è quella di quindici anni fà, discreta, solitaria, moderatamente avventurosa; si dorme in luoghi isolati, lungo la costa, su promontori, nell’entroterra, si carica l’acqua alle fontanelle e si cercano i pochi pozzetti attrezzati per scaricare, e quando non li si trova, spiace dirlo, si sceglie un posto degradato abbastanza per farla nature. La doccia dura poche spruzzate d’acqua, e dopo la sciacquatura i piatti rimangono sostanzialmente unti; una sola luce per volta viene accesa, ma non si lesina sul gas per una pastasciutta. La costa occidentale è meravigliosa, scoscesa, panoramica, puntellata di spiagge vuoi di sassi, vuoi di scogli, o di sabbia. Poca storia, quindi anche poca gastronomia: qualche formaggio di capra puzzolente, meglio se accompagnato con il miele, qualche salamino, e come in Sardegna, niente pesce da nessuna parte, se non a caro prezzo nei luoghi più turistici. Non è una terra di pescatori. Molta natura: l’entroterra è certamente ricchissimo, ma a noi inaccessibile; rimane la promessa di tornare con lo zaino in spalla e percorrere, almeno in parte, il lungo GR20, il cammino di oltre cento kilometri che attraversa da nord-ovest a sud-est tutte le montagne interne.

Verso sud l’identità corsa emerge in maniera decisiva e trova la sua piena espressione a Sarténe, dove spari di fucile adornano le indicazioni stradali in francese e i rari limiti di velocità, che evidentemente all’anarchismo insulare paiono una fastidiosa costrizione. Parcheggiamo nel Bronx di Sarténe, un tranquillo e pulito parcheggio tra i condomini, e ci immaginiamo che in qualche garage sia riunito il comitato centrale dei giovani del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, mentre preparano le bombolette spray con cui la sigla FLNC sarà impressa sui cartelli stradali. Ridete pure, ma se lo sfruttamento costiero della Corsica è rasente lo zero, se ogni tentativo del Club Med o chi altro di insediare bungalov nel selvaggio e inaccessibile Desert des Agriates tra Ogliastro e Sant Fleurent è stato respinto, ben diversamente dalla lottizzazione milanese delle coste della Sardegna, se i siti naturali rimangono intatti, i parcheggi a pagamento inesistenti, le località sostanzialmente scevre del commercio di stupidi souvenirs, ed il còrso (= il francese come lo imiterebbe un italiano) rimane una lingua viva c’è un motivo. Non vorrei che sembrasse un discorso leghista. Qui un’identità c’è, e anche qualcosa da salvare. E c’è un motivo se il moro corso ha la benda sollevata, mentre i quattro mori sardi hanno la benda calata sugli occhi, soprattutto adesso…

Finché non si oltrepassa Bonifacio, la magnifica Bonifacio, uno dei posti al mondo da vedere. Di qua da Bonifacio, verso Porto Vecchio e lungo la strada tutta rettilinei e rotonde della costa est, nel furtivo viaggio di ritorno si reincontrano le orde di camper che si erano lasciate al porto di Bastìa, schierate in maniera ordinata nei campeggi sul litorale di una costa povera e poco interessante, ma con il mare comunque bello e le spiagge pulite. Questa è la metà italiana, e la gente in coda sfanala per passare e non ringrazia. Qualcuno mi dice che così sta scritto sui forum per i camperisti, quelli che a priori mi rifiuto di consultare: scesi a Bastìa, preferite il giro in senso orario, senza spingervi sulla costa occidentale e nell’interno. Sono contento che sia scritto così, penso mentre devìo per San Nicolao dal sito turistico di Moriani Plage per un’ultima scampagnata tra i paesini interni in cresta a lussureggianti promontori ricoperti di felci, per strade poco batutte. Sono contento di poter ricordare le tante Pietra, ottima birra ambrata a base di farina di castagne, sorseggiate su una scogliera a precipizio sul mare davanti al sole rosso che si immerge nell’acqua, in compagnia delle sole persone che contano.

antologia del buon umore

Filed under: rumore

Ritorno da una breve vacanza in terra corsa. In queste due settimane si è rinnovato (un po’) il rapporto con la carta, oltre che con lo iodio e il sole, abituale nemico. Letture sparse dal bellissimo numero estivo di Internazionale, dal libro di Colombati Perceber, qualche articolo scientifico di John Barbour e varie altre cosette. Qualche ascolto. Qualche calcoletto abbozzato su fogli insabbiati intrisi di salsedine, alla ricerca di qualche ulteriore ipotesi sulla natura topologica degli stati stazionari di non-equilibrio. Molto farnulla.

- Ci sono vari commenti a vecchi post speculativi a cui rispondere. Si provvederà presto. In particolare pare che possa nascere un nuovo thread qui o qui. Rileggendo questo secondo post, mi è venuto da chiedermi "che cosa volevo dire?"; inoltre manca ancora all’appello un post promesso su che cosa vuol dire il teorema di Noether in senso informazionale. Sembra che abbiamo acquisito un nuovo lettore, che ci tiene a segnalare il suo blog. Sono sempre eccitato dall’idea di chiacchierare con i filosofi, anche se a volte i linguaggi sembrano inconciliabili. Le idee politiche, veramente, in queste discussioni non contano niente.

- A proposito di tempo, giovedi 10 settembre al Festivaletteratura di Mantova intervisterò Julian Barbour, un fisico profondo e originale che riesce a fare ricerca scientifica di qualità fuori dai circuiti accademici. Il suo faro guida è l’intuizione che il tempo non esiste e non dovrebbe avere posto in una teoria fondamentale. Sto studiando il suo materiale e a breve proporrò qualche riflessione.

- Su piovonorane trovo un attacco alla diplomazia moderata e opportunistica di Fassino nei confronti della situazione in Birmania, accompagnata da una denuncia degli interessi europei e italiani nel paese dei Generali. Condivisibile. Ora, sul numero estivo di Internazionale c’era un lungo e bellissimo reportage (in parte già pubblicato) su Dubai: la crisi economica, lo schiavismo nei confronti dei lavoratori, il disastro ambientale taciuto, i problemi con l’acqua, un regime politico medievale; per non parlare di giudizi ideologici sulla sostenibilità di una megalopoli con campi da golf in prato inglese nel deserto. E ho pensato: quando mai sentiremo un organismo internazionale esporsi sul disastro di Dubai, proporre di mandare osservatori, di aprire trattative, di sanzionare il regime? Gli interessi sono così grandi che Dubai, oppure il Barhein dove si disputa pure un Gran Premio di F1, e gli altri Emirati Arabi sono passati per paesi quasi occidentali. Autentiche cattedrali nel deserto. Tra vent’anni saranno pura archeologia postmoderna, quartieri di lucenti torre vetrate solcati da autostrade di sabbia e sterpaglie.

- Su freddynietzsche il buon intento estivo: la lettura integrale di Infinite Jest di David Foster Wallace. Il 12 settembre, ad un anno esatto dal suicidio, Festivaletteratura celebra il grande scrittore americano con un evento di stampo scientifico-letterario. Sul tavolo ho anch’io Infinite Jest, ancora mai aperto; fa parte dei tre enormi buoni intenti che ho per il prossimo anno, assieme a Perceber di Colombati, lo scrittore italiano che forse più si avvicina alla letteratura americana dei Pynchon e dei Wallace, e, appunto, il monumentale Contro il Giorno di Pynchon.

August 4, 2009

vacuo

Filed under: rumore

Sono vacante, evacuate il blog.

August 3, 2009

vino al vino

Filed under: rumore

 

Via il solito paulthewineguy.



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