Anche le persone più equilibrate difficilmente considerano una follia pagare una piccola somma in cambio della possibilità di guadagnare dieci o ventimila sterline, perché non sanno che quella somma, pur piccola, è superiore del venti o trenta per cento al valore della probabilità che rappresenta.
Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni
10 e lotto, vinci più di quel che credi.
10 e lotto, vincenti, e non per caso.
Un paio di slogan per la nuova lotteria di stato. Dopo un mese di quotidiano bombardamento mediatico sul 5+1 ed il 6 al superenalotto, con plurimi servizi del TgUnico (1-2-4-5), con tanto di diretta speciale del più allineato dei fantastici quattro nel momento della vittoria di un qualcuno in Toscana, che poi saranno pure fatti suoi, arriva la nuova lotteria. Vogliono massimizzare il guadagno; hanno già infarcito le casse dello Stato con i proventi dell’improbabile fluttuazione statistica della lotteria più ricca, opportunamente ringalluzzita con dosi pesanti di fanatismo; e adesso tentano di sfruttare l’onda lunga della frenesia di massa introducendo una nuova tassa sulla stupidità, sulla dipenenza, e sulla disperazione. Con due palesi menzogne. Non si può vincere più di quel che si crede, perché il gioco è una fede, e si crede nel migliore dei mondi (terreni e non) possibili: quindi tutti ci credono di poter sbancare la cassa. E, soprattutto, si vince per caso, come per tutti gli altri giochi, un caso peraltro estremamente esiguo. Questa è una palese menzogna, che probabilisticamente ha meno veridicità dell’affermazione "Berlusconi è impotente".
Non sono un esperto di gioco, ne capisco qualcosa di statistica, ma conservo una grande curiosità. Vedevo un servizio sui napoletani che traggono dai numeri dalle targhe, dai sogni con le nonne decedute (po’racci loro che si sognano le nonnine), una telefonata al numero sbagliato, il numero di maglia di chi ha segnato il gol vincente del Napoli e il minuto in cui l’ha segnato. Una "scienza", in qualche senso, una tradizione forse degna di essere custodita. Ma rimane la domanda: dopo tanto tempo che non vinci (perché non tutti possono vincere, e questo è un dato di fatto) che cosa supporta la tua fede? C’è qualcosa di divino che supera queste terrene contingenze, come Dio (quello con la D maiuscola) ha superato l’Olocausto quasi rinvigorito?
Per un po’ di tempo un mio conoscente ha tentato di fare il gioco sporco, più che raddoppiando la cifra in palio ad ogni giocata del lotto per recuperare quanto già inutilmente giocato, e vincere una cifra prestabilita, piuttosto bassa (un centinaio di euro). La spesa cresceva esponenzialmente, e dopo poche giocate la perdita totale era già enormemente superiore alla possibile vincita, ma per fortuna ancora di un ordine di grandezza inferiore al patrimonio. Ed ha smesso, perdendo tanto, ma tuttosommato sopravvivendo. Ha tentato di giocare la martingala, una tecnica di gioco a lunga distanza per cui bisogna avere grande disponibilità e il fegato di giocarsela tutta, questa disponibilità; si vince facile, ma si vince poco; chi perde perde tanto, forse tutto. Per la croncaca, la martingala è quella cintura desueta che ornava la schiena dei vestiti delle signore, ma è anche il laccio che tiene il morso dei cavalli; e nei circuiti equestri la martingala era un vezzo dei ricchi, che giocavano forte. La martingala è l’attitudine naturale di chi gioca tanti soldi a poker, ed è arrivato a giocarsi la fabbrica, o la moglie.
Ho conosciuto un ragazzo che ha imparato a giocare Texas Hold’em seriamente, e ne ha fatto la sua professione. Il problema del poker tradizionale è che la psicologia, il dato caratteriale, conta tanto, forse troppo per essere un gioco che deve garantire guadagni ai furbi. Il giocatore può vedere fino (nel peggiore dei casi) a 10 carte e non può farsi un’idea sulle carte degli altri, se non scrutando nei loro occhi (o barando). Texas Hold’em è una versione del poker molto più razionale: si gioca a carte parzialmente scoperte, ed un giocatore esperto può farsi un’idea, a seconda di come viene condotto il gioco, dei valori in mano agli avversari. Il Texas Hold’em è un gioco scientifico, e come tale esistono algoritmi e sensibilità perfezionabili (più o meno deterministici) che permettono un controllo dei risultati sul lungo periodo; i più bravi conoscono questi algoritmi alla perfezione, e sanno addirittura valutare se un particolare periodi di sfiga sia dovuto a una normale fluttuazione statistica o ad un gioco errato. Spesso si tratta di ex-studenti di matematica o fisica in cerca di facili guadagni, che si beano di spennare ricchi pollastri viziati del mondo della finanza decaduta.
Un discorso comune: se si fanno fottere, peggio per loro. Se puoi vendere dei numeri ad una vecchietta, se puoi sciogliere a caro prezzo una fattura ad un menagramo, se puoi vendere prodotti inutili ad una casalinga, fatti loro. Io mi rifiuto di pensarla così: credo ancora in una funzione istruttrice dello Stato.
Lotto, superenalotto, superstar, totocalcio, lotteria Italia; lo Stato italiano fa guadagni ricchissimi sul gioco, e non ha intenzione di smettere. E’ degli ultimi mesi l’invasione pubblicitaria dei tornei di Texas Hold’em sulle televisioni pubbliche e ovunque in internet, conseguenti ad un decreto di liberalizzazione. Non sto dicendo che il gioco, regolato dallo Stato, sia un male. Lo Stato ha il dovere di permettere, fino ad un certo punto, e di controllare i vizi (una dose di vizio garantita è necessaria in ogni regime, e attualmente sono il gioco, l’alcohol, e le droghe per i ceti abbienti); impedire gli eccessi; istruire la popolazione. Il Monopolio di Stato, che controlla i tabacchi, primo additato tra le incongruenze del Sistema, non è affatto un controsenso: dovrebbe servire a evitare speculazioni econimiche, con conseguenze sanitarie. In vista (?) di una società migliore, in cui giocare sarà considerato un gesto idiota e quindi da praticare in momenti di particolre idiozia.