michael moore - capitalism
I film di Michael Moore mi sono sempre piaciuti, non tanto come documentari ma come manifesti (e non ci vedo nulla di male) che vanno secondo me visti con occhio americano, cioè con il background culturale e la consapevolezza politica di uno studente di college - rasente lo zero, ma forse per questo loro sono capaci di una critica naive e genuina nei confronti del sistema, e più predisposti a cambiamenti radicali. D’altra parte la nostra storia non ci ha messo al riparo dall’indottrinamento, per cui, ora che loro hanno Obama e noi no, c’è solo da stare zitti…
Di tutti, questo è il film più propagandistico, un pamphlet con un filo logico ineccepibile (grande merito di tutti i film di Moore) e ben coordinato tra storie private di disperazione, cenni autobiografici ed autoironici, frammenti storici e interviste a membri del Congresso, del Parlamento e di Wall Street; ma i bit di informazione veramente originali sono pochi, anche se, come sempre, profondamente irritanti. Forse perché Michael Moore è l’unico in grado di dire delle verità conclamate con chiarezza ad un pubblico vasto; fà comunque un certo effetto apprendere a che livello il ministero del Tesoro americano fosse fortino inespugnabile di Goldmann Sachs, o con quanta spregiudicatezza venivano resi esecutivi gli sfratti per pignoramento delle case che, su ricetta del "mitico" Alan Greenspan, furono ricapitalizzate a tassi vergognosi dai proprietari della classe media nell’azzardata scommessa per standard di vita più elevati.
Rispetto ai precedenti film, per esempio Roger & Me, l’unico che penso si possa definire propriamente un documentario, si impara forse qualcosa in meno, ma ci sono un sacco di considerazioni interessanti: per esempio, l’impiego dei migliori studenti di matematica americani nella finanza, piuttosto che nelle scienze; l’esautorazione del parlamento; la povertà diffusa, in un paese che, quando ci sono stato, mi ha colpito non tanto per il divario tra ricchi e poveri, ma per il divario tra mito del benessere e attuali condizioni di vita della gente. Nel tentativo di dare più spessore scientifico al film, Michael Moore cerca di raccontare la follia dei prodotti finanziari derivati (un ottimo lavoro in Italia hanno fatto quelli di Report). Non riuscendo a condensare in pochi minuti un concetto così articolato, ricorre ad un simpatico escamotage: le parole confuse del professore che deve spigarli servono a dare l’idea che nessun sistema di controllo pubblico avrebbe mai potuto mettere il naso in operazioni di finanza matematica, appannaggio dei falchi di Wall Street, che quindi si sono affrancati dal controllo democratico.
Il filo logico del film si coglie proprio negli ultimi attimi, quando, forse un po’ retoricamente, Moore dà spazio alle iniziative di protesta e fa una chiamata all’attivismo. Il punto di Moore, e credo di potervelo anticipare senza rovinarvi la visione del film, è che le pratiche capitalistiche hanno portato a calpestare il principio democratico; e che l’alternativa al capitalismo non è un altro -ismo (anche se Moore non ha nulla contro il socialismo e, fatto interessante, afferma che la parola sta perdendo la connotazione malvagia che si trascinava dietro ancora dai tempi del Maccarthismo), ma proprio la democrazia.
Concludo con la mia personalissima top-five list dei film di Moore, con tanto di voti (da 1 a 4)
**** Bowling for Columbine
**** Roger & Me
*** Sicko
*** Farheneit 9/11
** Capitalism - A Love Story

