note a margine sul senso di un cadavere appeso
Vorrei poter tornare liceale e rimuovere con le mie mani, domani mattina, il crocefisso (quel crocefisso che da noi per mesi è stato appeso a testa in giù ad opera di qualche compagno metalluso). Non perché questa dell’ineccepibile sentenza europea sia una vittoria, ma perché dovrebbe essere l’inizio di una battaglia, di una lite continua, di una sana discussione.
E la battaglia non è affatto quella degli atei, o degli anticlericali, o dei devoti di altre religioni contro i cattolici. Ma è quella dei cristiani e di tutti quelli che praticano di fatto un confronto ecumenico con le altre confessioni, contro le istituzioni e gli istituti cattolici.
Quelle istituzioni che misurano la loro permeanza* sociale in base a confessioni impartite, crocifissi appesi e 8 permille intascati, e non si rendono conto che tanta parte degli studenti sotto quella crocetta praticano un’altra religione, e la stragrande maggioranza se ne fotte altamente di qualsiasi religione, tantomeno la loro. Senza dimenticare che quegli altri fanno digiuno per un mese, e loro riescono a riempire le Chiese soltanto alla vigilia di Natale, credenti di buona fede ben gonfi di formaggi francesi e pesce crudo.
Sentivo Cacciari all’apice della sua spocchia commentare sull’incomprensione del simbolo (pieno accordo, tant’è che lo stesso Cristo lo rimuoverebbe dalle aule oggi potesse tornare sulla terra) e sul fatto che, essenso secondo gli esiti dell’elucubrazione sua, di Kierkegaard, di Sant’Agostino e di altre dieci persone che fanno la storia del pensiero umano e tutti gli altri caproni sono indietro di secoli rispetto al frutto del loro pensiero, dicevo essendo la croce un simbolo laico di sconfitta e accettazione del dolore, e la religione cristiana sostanzialmente laica (sarà stata laica la discussione sul fine vita di Eluana Englaro?), cadaveri di tal fatta andrebbe esposto in tutti i luoghi pubblici. Discorso filosoficamente pregnante, sicuramente. In un’intervista parallela Cacciari criticava la scelta del leader del PD e gridava allo scandalo perché i suoi moniti non sono mai stati ascoltati. E potranno anche essere giusti, questi moniti, ma non è che qui si pecca un tantino di etnocentrismo o di egocentrismo? Non è che gli altri milioni di votanti alle primarie, gli altri milioni di praticanti di altre religioni, potrebbero avere un pensiero filosofico diverso, e magari considerare la croce alla stregua semplicemente della potenza della Chiesa Cattolica… E’ per questo che ci sono i principi e c’è la giurisprudenza: servono a spogliare un fenomeno della sua interpretazione, per quanto possibile, e a ridurlo a dei valori quanto più basilari e condivisibili possibili. I principi a volte possono fare male, andare contro quello che vorremmo; possono scottare. E Cacciari si è scottato, ma proprio tanto.
*NdA (neologismo dell’autore).

Il doge non è stato un filosofo, ma un “buon” epicureo, come l’ Aretino. O, appoggiandomi a un nume tutelare come Gozzano, come Totò Merùmeni “tempra sdegnosa, molta cultura e gusto in opere di inchiostro, scarrso cervello, scarsa morale, spaventosa chiaroveggenza…”. Ma Totò aveva venticinque anni. e poteva ambire ad essere il testimone del proprio esilio dalla esistenza. Il doge invece doveva abbandonare la lucidità intellettuale e chiedere ragioni alla propria scatola nera. Dove mettere la propria leva di Archimede: in una scuola come jasnaja Poljana? In una comunità sociale (per soccorrere i fantasmi della sinistra hegeliana…) o naturale (Walden…)? In un socratico impegno politico come Russell? In una angosciosa, esistenzialistica, antimondana, critica solitudine? In un anarchico, pirandelliano sberleffo sarcastico? Ma, al solito, per chi preferisce ereditare dal proprio aureo campicello, il lungo sonno idealistico crociano ha prevalso. R.I.P.
Comment by Knife — November 8, 2009 @ 10:23 am
Dopo alcune letture credo di aver interpretato e compreso. Apprezzo.
Comment by Administrator — November 9, 2009 @ 9:08 am