November 5, 2009

uno ad uno

Ogni anno in Italia si ammalano dell’influenza stagionale 3-4 milioni di persone, poco meno del 10% della popolazione. Alcune migliaia muoiono per i motivi che sappiamo, persone già deboli e debilitate da altre malattie, per la sovrapposizione con infezioni batteriche, perché cadono dalle scale in preda ai deliri etc. Quest’influenza è più virulenta, ed è stato stimato da fisici ed epidemiologi un 30% di diffusione. Quindi dovessero morire 20mila persone saremmo nella media.

Mi auguro che Repubblica non voglia pubblicare uno ad uno i nomi di queste 20mila buonanime.

Anche perché sarebbe un’ottima strategia per affollare gli ospedali e ambulatori di gente sostanzialmente sana ma portatrice del virus, impedendo a chi avesse veramente delle complicazioni di avere l’assistenza necessaria. E come si sà i luoghi pubblici e affollati (ospedali, scuole, aereoporti) sono i nodi nevralgici della trasmissione delle malattie. E negli ospedali ci stanno proprio quegli individui già debilitati che potrebbero rischiare di più.

In Inghilterra si è preferito diffondere informative su come areare i locali, come mantenere distanze ragionevoli da persone che mostrano sintomi, sull’evitare effusioni con sconosciuti (?). In Italia i medici di base staccano il telefono, la gente se vede salire la temperatura si preoccupa (e mi preoccuperei anch’io se mio figlio avesse febbre a 40), e non sa dove sfogare l’ansia. In compenso sarà somministrato un vaccino preparato in fretta, i cui effetti collaterali non sono ben noti, dopo che presumibilmente il picco dell’influenza sarà passato. A beneficio delle case farmaceutiche, ben rappresentate dalla moglie del ministro con delega alla Salute.

October 23, 2009

pim pum!

Ho arrancato fino al secondo paragrafo qui, e già mi sento di dissentire. Espongo in due parole quello che Leonardo dice in cento. Facciamo la storia con i se: fatto fuori uno, ce ne potrebbe essere un altro. Fosse morto Hitler, ci potrebbe esser stato Goebbels o il primo imbianchino che passava.

Molto probabilmente no; ci sono personaggi storici unici ed eccezionali che deviano e conducono il corso della storia, che precedono e innescano i mutamenti sociali. In questo c’è una certa differenza tra la Rivoluzione Francese e i suoi protagonisti e l’avvento del Nazismo, tra la Guerra Fredda, che fluiva quasi indipendentemente dai gerarchi del Partito Comunista e i presidenti Americani in carica, e l’Unità d’Italia, studiata a tavolino e realizzata da un condottiero nel disinteresse della gente del sud.

Ricordo una conversazione con un professore di biologia olandese alcuni anni fà. Si parlava di Berlusconi, che imperversava già da troppo tempo, quattro anni del suo primo mandato, e all’epoca neanche si pensava fosse lontanamente possibile un secondo mandato. Il professore mi disse:

- Anche noi abbiamo avuto un problema del genere, un leader carismatico di un partito populista in ascesa, con idee fortemente xenofobe, supportato dai media.

- E cosa è successo?

- L’abbiamo ammazzato.

Proprio così, "l’abbiamo", non "è stato". Rimasi interdetto, non avevo mai pensato alla possibilità che l’assassinio politico fosse un gesto in qualche modo rivendicabile da una persona, peraltro estremamente compita e moderata. Come andò a finire: per un ritorno di commozione la Lista Pim Fortuyn ebbe un immediato successo elettorale, ma priva del suo capo iniziò subito una crisi fino a sostanzialmente estinguersi, e il problema non si è più posto.

Questo non potrebbe succedere in Italia. Il danno è fatto, Berlusconi è già in declino, se ne sta lentamente (troppo lentamente) andando. Ma se non ci fosse stato qualcuno che avesse costruito Milano2, Mediaset, Retequattro etc., si, le cose sarebbero andate ben diversamente. Almeno per una quindicina d’anni, fino all’avvento del successivo…

September 4, 2009

10 e lotto

Anche le persone più equilibrate difficilmente considerano una follia pagare una piccola somma in cambio della possibilità di guadagnare dieci o ventimila sterline, perché non sanno che quella somma, pur piccola, è superiore del venti o trenta per cento al valore della probabilità che rappresenta.

Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni

10 e lotto, vinci più di quel che credi.

10 e lotto, vincenti, e non per caso.

Un paio di slogan per la nuova lotteria di stato. Dopo un mese di quotidiano bombardamento mediatico sul 5+1 ed il 6 al superenalotto, con plurimi servizi del TgUnico (1-2-4-5), con tanto di diretta speciale del più allineato dei fantastici quattro nel momento della vittoria di un qualcuno in Toscana, che poi saranno pure fatti suoi, arriva la nuova lotteria. Vogliono massimizzare il guadagno; hanno già infarcito le casse dello Stato con i proventi dell’improbabile fluttuazione statistica della lotteria più ricca, opportunamente ringalluzzita con dosi pesanti di fanatismo; e adesso tentano di sfruttare l’onda lunga della frenesia di massa introducendo una nuova tassa sulla stupidità, sulla dipenenza, e sulla disperazione. Con due palesi menzogne. Non si può vincere più di quel che si crede, perché il gioco è una fede, e si crede nel migliore dei mondi (terreni e non) possibili: quindi tutti ci credono di poter sbancare la cassa. E, soprattutto, si vince per caso, come per tutti gli altri giochi, un caso peraltro estremamente esiguo. Questa è una palese menzogna, che probabilisticamente ha meno veridicità dell’affermazione "Berlusconi è impotente".

Non sono un esperto di gioco, ne capisco qualcosa di statistica, ma conservo una grande curiosità. Vedevo un servizio sui napoletani che traggono dai numeri dalle targhe, dai sogni con le nonne decedute (po’racci loro che si sognano le nonnine), una telefonata al numero sbagliato, il numero di maglia di chi ha segnato il gol vincente del Napoli e il minuto in cui l’ha segnato. Una "scienza", in qualche senso, una tradizione forse degna di essere custodita. Ma rimane la domanda: dopo tanto tempo che non vinci (perché non tutti possono vincere, e questo è un dato di fatto) che cosa supporta la tua fede? C’è qualcosa di divino che supera queste terrene contingenze, come Dio (quello con la D maiuscola) ha superato l’Olocausto quasi rinvigorito?

Per un po’ di tempo un mio conoscente ha tentato di fare il gioco sporco, più che raddoppiando la cifra in palio ad ogni giocata del lotto per recuperare quanto già inutilmente giocato, e vincere una cifra prestabilita, piuttosto bassa (un centinaio di euro). La spesa cresceva esponenzialmente, e dopo poche giocate la perdita totale era già enormemente superiore alla possibile vincita, ma per fortuna ancora di un ordine di grandezza inferiore al patrimonio. Ed ha smesso, perdendo tanto, ma tuttosommato sopravvivendo. Ha tentato di giocare la martingala, una tecnica di gioco a lunga distanza per cui bisogna avere grande disponibilità e il fegato di giocarsela tutta, questa disponibilità; si vince facile, ma si vince poco; chi perde perde tanto, forse tutto. Per la croncaca, la martingala è quella cintura desueta che ornava la schiena dei vestiti delle signore, ma è anche il laccio che tiene il morso dei cavalli; e nei circuiti equestri la martingala era un vezzo dei ricchi, che giocavano forte. La martingala è l’attitudine naturale di chi gioca tanti soldi a poker, ed è arrivato a giocarsi la fabbrica, o la moglie.

Ho conosciuto un ragazzo che ha imparato a giocare Texas Hold’em seriamente, e ne ha fatto la sua professione. Il problema del poker tradizionale è che la psicologia, il dato caratteriale, conta tanto, forse troppo per essere un gioco che deve garantire guadagni ai furbi. Il giocatore può vedere fino (nel peggiore dei casi) a 10 carte e non può farsi un’idea sulle carte degli altri, se non scrutando nei loro occhi (o barando). Texas Hold’em è una versione del poker molto più razionale: si gioca a carte parzialmente scoperte, ed un giocatore esperto può farsi un’idea, a seconda di come viene condotto il gioco, dei valori in mano agli avversari. Il Texas Hold’em è un gioco scientifico, e come tale esistono algoritmi e sensibilità perfezionabili (più o meno deterministici) che permettono un controllo dei risultati sul lungo periodo; i più bravi conoscono questi algoritmi alla perfezione, e sanno addirittura valutare se un particolare periodi di sfiga sia dovuto a una normale fluttuazione statistica o ad un gioco errato. Spesso si tratta di ex-studenti di matematica o fisica in cerca di facili guadagni, che si beano di spennare ricchi pollastri viziati del mondo della finanza decaduta.

Un discorso comune: se si fanno fottere, peggio per loro. Se puoi vendere dei numeri ad una vecchietta, se puoi sciogliere a caro prezzo una fattura ad un menagramo, se puoi vendere prodotti inutili ad una casalinga, fatti loro. Io mi rifiuto di pensarla così: credo ancora in una funzione istruttrice dello Stato.

Lotto, superenalotto, superstar, totocalcio, lotteria Italia; lo Stato italiano fa guadagni ricchissimi sul gioco, e non ha intenzione di smettere. E’ degli ultimi mesi l’invasione pubblicitaria dei tornei di Texas Hold’em sulle televisioni pubbliche e ovunque in internet, conseguenti ad un decreto di liberalizzazione. Non sto dicendo che il gioco, regolato dallo Stato, sia un male.  Lo Stato ha il dovere di permettere, fino ad un certo punto, e di controllare i vizi (una dose di vizio garantita è necessaria in ogni regime, e attualmente sono il gioco, l’alcohol, e le droghe per i ceti abbienti); impedire gli eccessi;  istruire la popolazione. Il Monopolio di Stato, che controlla i tabacchi, primo additato tra le incongruenze del Sistema, non è affatto un controsenso: dovrebbe servire a evitare speculazioni econimiche, con conseguenze sanitarie. In vista (?) di una società migliore, in cui giocare sarà considerato un gesto idiota e quindi da praticare in momenti di particolre idiozia.

September 3, 2009

sussidi

Dunque, prima con opportuni risistemamenti degli orari, accorpamento dell’offerta formativa, e ridimensionamento del corpo docente costringono le scuole a fare i salti mortali per coprire le necessità interne, con professori indotti ad assumersi incarichi di 24 ore settimanali (non sembra, ma sono troppe), classi di 33 studenti (questi lo capiamo tutti che sono troppi), ed i dirigenti senza nessuna disponibilità per le supplenze e senza la possibilità di utilizzare i professori già oberati di incarichi didattici.

Poi siccome l’inizio dell’anno scolastico rischia di essere rovinato dai precari sui tetti, dagli studenti in piazza e i cattivi maestri in classe, sono disposti a pagare uno sussidio di disoccupazione a quelli rimasti senza cattedra, in parcheggio in attesa di incarichi che non arriveranno mai. Quindi lo Stato pagherebbe gente per non lavorare (il peggior statalismo possibile), lasciando che la scuola navighi in immutate difficoltà.

Geniale, no?

August 19, 2009

corsica

Sul traghetto da Livorno a Bastìa il nostro vecchio camper era in compagnia di almeno un altro centinaio di orribili van bianchi, pronti a invadere le coste della Corsica. Nelle zone più turistiche del mediterraneo (Sardegna, Corsica, Salento etc.) ormai da anni i divieti contro i camper fioccano per evitare l’invasione di un popolo sempre più numeroso e dalle abitudini piuttosto invasive: piazzati in riva al mare per giorni, con verande, tavoli, panni stesi, ed una teoria di gadget (bici/moto/gradelle/antenne paraboliche), i neocamperisti cafoni cercano di ricreare le condizioni di casa, indisponibili alla vita spartana che il viaggio richiede. Non ci sono più i camperisti di una volta, verrebbe da dire, quando il camper era una scelta di nicchia, e si poteva dormire sotto la torre Eiffel, sui fiordi irlandesi, sulle spiagge dell’Algarve, tra i trulli di Alberobello. Discreto e solitario, il camperista salutava ogni raro sodale sulle strade d’Europa, secondo l’"etica del camperista", con un cenno della mano al volante, o una sfanalata d’abbaglianti, per poi proseguire in tutta libertà verso una meta ignota, lungo un percorso disegnato giorno per giorno. Poi sono iniziate le cordate di camper, gruppi di più famiglie in pattuglia, spesso con mezzi a nolo, protocolli di viaggio precisi ed efficientismo svizzero, e il saluto veniva gadualmente tolto. Poi il camper è diventato il surrogato della villeggiatura, un monolocale relativamente comodo da piazzare in un condominio-campeggio a basso costo.

Oggi il popolo dei camper è vastissimo, e nei luoghi più frequentati è organizzato e veicolato per evitare che tendopoli abusive si insedino in pochi giorni nei posti più belli d’Italia. Il divieto è pressoché generalizzato: in Corsica e Sardegna, in teoria, è vietato dormire fuori da un campeggio, in virtù di norme antincendio fumose che annoverano il divieto di campeggio selvaggio, anche quando "campeggio" vuol dire soltanto dormire sulla propria vettura lungo una strada secondaria. Il camperista si accoda e come in un viaggio organizzato transita da campeggio a campeggio, da parcheggio a parcheggio in mete standard affollate, autentici villaggi vacanze. E gli va bene così, perché si possono fare due chiacchiere con i vicini, proseguire la discussione nata sui forum in internet su dove si deve andare e dove si è stati, e non si rischia di rigare il camper a nolo su strade malmesse, a ridosso di rocce irte. Che siano camperisti poco esperti traspare dalla difficoltà con cui fanno manovra, e dalla febbrile dipendenza dal navigatore satellitare. Strumento che non solo è inutile, ma è anche in antitesi con l’essenza stessa del camperismo.

Scesi dal traghetto a Bastia eravamo rassegnati a condividere le nostre vacanze con un popolo per cui avevamo scarso interesse. Giriamo verso destra diretti a Cap Corse, il dito che esce dal pugno ad indicare la Liguria e che ha servito da roccaforte del controllo genovese. Dopo cento metri cento che siamo fuori dalla cittadina, lungo l’unica strada di grande scorrimento che attraversa la costa est, davanti e dietro di noi non c’è nessun altro camper, e ci chiediamo dove siano finiti tutti quanti. Il nostro viaggio prosegue seguendo tutta la frastagliata linea costiera lungo la costa occidentale, quella dove tramonta il sole, per strade strette che non ci passano due furgoni contemporaneamente, e quando li si incontra bisogna fare complicate manovre per accostare al massimo il camper al precipizio, non cintato da muretti o guard-rail. Il camper in salita fatica e presto si formano code di auto che senza fretta aspettano il momento giusto per passare. E siccome questo momento non arriva mai accosto volentieri e li lascio passare, e volano i ringraziamenti, saluti dai finestrini, segnalazioni con le quattro frecce, addirittura gente che suonicchia il clacson per riconoscimento. Sono perlopiù francesi, sbarcano a nord-ovest a Calvi e discendono la costa verso le Calanche e altre amenità.

Si attraversano luoghi popolati da pochi o pochissimi altri camper, e la vita del camperista è quella di quindici anni fà, discreta, solitaria, moderatamente avventurosa; si dorme in luoghi isolati, lungo la costa, su promontori, nell’entroterra, si carica l’acqua alle fontanelle e si cercano i pochi pozzetti attrezzati per scaricare, e quando non li si trova, spiace dirlo, si sceglie un posto degradato abbastanza per farla nature. La doccia dura poche spruzzate d’acqua, e dopo la sciacquatura i piatti rimangono sostanzialmente unti; una sola luce per volta viene accesa, ma non si lesina sul gas per una pastasciutta. La costa occidentale è meravigliosa, scoscesa, panoramica, puntellata di spiagge vuoi di sassi, vuoi di scogli, o di sabbia. Poca storia, quindi anche poca gastronomia: qualche formaggio di capra puzzolente, meglio se accompagnato con il miele, qualche salamino, e come in Sardegna, niente pesce da nessuna parte, se non a caro prezzo nei luoghi più turistici. Non è una terra di pescatori. Molta natura: l’entroterra è certamente ricchissimo, ma a noi inaccessibile; rimane la promessa di tornare con lo zaino in spalla e percorrere, almeno in parte, il lungo GR20, il cammino di oltre cento kilometri che attraversa da nord-ovest a sud-est tutte le montagne interne.

Verso sud l’identità corsa emerge in maniera decisiva e trova la sua piena espressione a Sarténe, dove spari di fucile adornano le indicazioni stradali in francese e i rari limiti di velocità, che evidentemente all’anarchismo insulare paiono una fastidiosa costrizione. Parcheggiamo nel Bronx di Sarténe, un tranquillo e pulito parcheggio tra i condomini, e ci immaginiamo che in qualche garage sia riunito il comitato centrale dei giovani del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, mentre preparano le bombolette spray con cui la sigla FLNC sarà impressa sui cartelli stradali. Ridete pure, ma se lo sfruttamento costiero della Corsica è rasente lo zero, se ogni tentativo del Club Med o chi altro di insediare bungalov nel selvaggio e inaccessibile Desert des Agriates tra Ogliastro e Sant Fleurent è stato respinto, ben diversamente dalla lottizzazione milanese delle coste della Sardegna, se i siti naturali rimangono intatti, i parcheggi a pagamento inesistenti, le località sostanzialmente scevre del commercio di stupidi souvenirs, ed il còrso (= il francese come lo imiterebbe un italiano) rimane una lingua viva c’è un motivo. Non vorrei che sembrasse un discorso leghista. Qui un’identità c’è, e anche qualcosa da salvare. E c’è un motivo se il moro corso ha la benda sollevata, mentre i quattro mori sardi hanno la benda calata sugli occhi, soprattutto adesso…

Finché non si oltrepassa Bonifacio, la magnifica Bonifacio, uno dei posti al mondo da vedere. Di qua da Bonifacio, verso Porto Vecchio e lungo la strada tutta rettilinei e rotonde della costa est, nel furtivo viaggio di ritorno si reincontrano le orde di camper che si erano lasciate al porto di Bastìa, schierate in maniera ordinata nei campeggi sul litorale di una costa povera e poco interessante, ma con il mare comunque bello e le spiagge pulite. Questa è la metà italiana, e la gente in coda sfanala per passare e non ringrazia. Qualcuno mi dice che così sta scritto sui forum per i camperisti, quelli che a priori mi rifiuto di consultare: scesi a Bastìa, preferite il giro in senso orario, senza spingervi sulla costa occidentale e nell’interno. Sono contento che sia scritto così, penso mentre devìo per San Nicolao dal sito turistico di Moriani Plage per un’ultima scampagnata tra i paesini interni in cresta a lussureggianti promontori ricoperti di felci, per strade poco batutte. Sono contento di poter ricordare le tante Pietra, ottima birra ambrata a base di farina di castagne, sorseggiate su una scogliera a precipizio sul mare davanti al sole rosso che si immerge nell’acqua, in compagnia delle sole persone che contano.

July 27, 2009

la caratterizzazione di sé stessi

Qualche sera fà ad una festa la mia ragazza ha chiesto la ricetta della torta di riso soffiato (che con mio disgusto si è poi rivelata una torta a base di Mars… comunque buona) alla ragazza che l’aveva portata. La ricetta è semplicissima, e apprendiamo che per perfezionarla basta iscriversi al gruppo Facebook "fan della torta di Mars" e discutere con gli altri accounts. Certo, come avevamo fatto a non pensarci prima. Probabilmente basta digitare "torta di Mars" qui in alto a destra e scegliere tra i primi tre risultati: internet non si esaurisce con Facebook, ma non è di questo che voglio parlare…

Forse uno dei motivi principali per cui non ho e non avrò mai un account Facebook (fino a prova contraria) è che non potrei fare parte dei "fan" di niente. Non perché non abbia le mie passioni, è proprio la parola "fan" che mi in-fan-stidisce. Io non sono fanatico delle variazioni Goldberg, non fanatizzo neanche per il risotto con le salamelle, e d’altra parte la maggior parte della gente non ha affatto un amore ossessivo e monocratico per la maggior parte delle cose che dice di "amare" o "adorare", come neppure ha un’idiosincrasia per le cose che dice di "odiare". Questo è un discorso che molto meglio di me ha fatto Kundera ne L’Immortalità, e di riflesso anche con il discorso sul kitsch ne L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere, quando (vado a memoria) descrive l’insofferenza della protagonista per una signora impudica che, nuda in sauna, ad alta voce non fà che declamare il suo amore per il caldo, la detestabilità di questo, non lo posso soffrire, ma tu non lo adori…

Non voglio però neanche parlare di questo modo di esprimersi, iperbolico, manicheo, che è universale e infastidisce solo quando diventa un continuo tentativo di imposizione della propria (debole) identità e di accentramento del proprio ego spigoloso. Cercavo invece di riflettere su quest’altro fenomeno: la caratterizzazione di sè stessi. Ovverosia, l’aggiunta di caratteri per definire la propria personalità, la costituzione di gusti, abitudini e atteggiamenti in funzione della costruzione della propria persona, anzi, del proprio personaggio. Questa parola, "personaggio", che si legge e sente sempre più di frequente e che io ho bandito dal mio vocabolario, perché trovo offensiva. Voler diventare un personaggio, con un ruolo ben definito all’interno della dialettica di gruppo, è un comportamento infantile. Quando ero bambino, per via delle orecchie a sventola, venivo chiamato Dumbo; e per non soffrire il dileggio ho reagito appropriandomi di quel soprannome, e in qualche modo (per esempio auto-schermendomi) incorporando quella mia caratteristica fisica nel mio "personaggio". Quando ho visto che c’era interesse perché ero stato in Egitto, ero diventato l’egittologo della classe. Giocavo a basket, e quindi dovevo coltivare la "passione" per Michael Jordan e i Chicago Bulls. C’era un altro che disegnava solo dinusauri perché aveva la più grande passione per i dinusauri, c’erano quelle del club delle bambine che non so cosa facessero, etc. etc. L’abbiamo passata tutti, la definizione della nostra personalità e la paura della non-accettazione.

Questo percorso credo che si attenui quando si impara l’empatia e si capisce che gli altri sono nella stessa nostra condizione, anche se non finisce mai veramente. A volte mi sembra che il parlare per "odio/amore" faccia ancora parte del processo di definizione della propria persona. Ero già alle medie quando una mia amica mi disse che lei si lavava alla mattina sempre con l’acqua gelata, e mi chiese "e te?". Risposi che anch’io adoravo lavarmi con l’acqua fredda, e vedendola così contenta di aver trovato un suo simile, cominciai effettivamente a lavarmi con l’acqua fredda, cosa che faccio ancora perché nel frattempo è venuta a mancare la pazienza di attendere quella calda.

Quindi io ADORO lavarmi con l’acqua fredda. Mi piace giocare a Tetris, amo Lennie Tristano, non sopporto le cose dolci, non posso soffrire i cani. C’è chi adora la cucina messicana piccante, che più piccante non si può, chi ha fatto un corso di greco, chi quello di fotografia. Spesso ho l’impressione che le persone sviluppino interessi effimeri, un po’ approssimativi, che servono più che altro a caratterizzare la persona. Aggiorna la lista: cucina svedese, danza hip-hop, cartomanzia, in palestra una volta alla settimana. Forse questa impressione è più che altro dovuta alle liste di interessi che compaiono sui social network, liste che mi rifiuterei di compilare (scusate, sono in un momento così) e che costituiscono un’altra ulteriore barriera invalicabile alla mia trionfale discesa in campo. Forse proprio su internet, data la grande connettività e massificazione, si assiste un po’ alla regressione all’infanzia, al bisogno di definire un’identità per aggiunta di caratteri, al bisogno di identificarsi in un gruppo per tratti caratteristici schematici e sperficiali. Mi chiedo semplicemente che effetto possa avere questo sulle reali abitudini e interessi delle persone.

July 12, 2009

grillo per la festa

Le prime reazioni alla candidatura di Grillo alle primarie sono state balbettanti, scollate, istintive. Dimostrano incertezza e preoccupazione. Che fare? Impedirgli di tesserarsi? Ma, francamente, come si fà a negare la tessera a quella specifica persona perché non condivide pienamente le posizioni del partito? Chi mai si è preso la briga di scannerizzare i propri tesserati (tra i quali uno stupratore seriale…)?

Ma ragazzi, suvvia, non siate ridicoli, e anzi, sfruttate questa occasione che Grillo vi porge sul piatto. E’ ovvio che la sua candidatura non può sopravvivere al congresso che selezionerà i tre candidati alle primarie (altrimenti, che cazzo di partito c’avete in mano che non riesce a resistere neanche ad un po’ di claque organizzata?). Fingete apprezzamento per l’aggiungersi di una voce in più, diversa. Dimostrate un po’ di nobiltà e di superiorità alle strategie dell’"apparato", che fate solo bella figura. E poi, sfruttate l’occasione per normalizzare Grillo: d’ora in poi, essendo un tesserato, avrete sempre la carta vincente del "ci critica, ma lui è dei nostri; siamo generosi a non espellerlo", e della responsabilità e disciplina di partito etc.

Io lo so che le primarie sono una stupidaggine. Perché mai la gente dovrebbe votare il leader di un partito? In America la gente vota il candidato presidenziale, non il presidente. E’ un tantino diverso. Capisco la vostra paura di intrusioni rispetto ad un già difficile mosaico. Ma non è possibile che ogni candidatura "di peso", come quella di Di Pietro, o quella di Grillo, venga rigettata. Perché Scalfarotto disceso sulla Terra dall’Inghilterra sì e Grillo no?

Update. Come fà notare Soffri, da Statuto del PD non si possono candidare alle primarie gli iscritti dopo la data di indizione delle stesse, e quindi Grillo sarebbe in ritardo di un mese. Perfetto. Il regolamento è il regolamento, non vedo perché fare eccezioni per Grillo. Però a ’sto punto lui per decenza dovrebbe farsi la tessera.

Corollary. Certo che è un bel figliolo. Figurarsi se non sapeva che il regolamento gli impedisce di candidarsi. E lui che fà? Si canda lo stesso, per poi essere respinto e poter lanciare anatemi e ingiunzioni contro l’"apparato" (a proposito, "apparato" sarà il tormentone dell’estate, scalzando il desueto "casta").

July 7, 2009

giotto

Come sapete l’altro giorno, a 48 ore dall’inizio del G8, sono scattati vari arresti di disobbedienti per i fatti di Torino. Come ben detto qui, la puntualità degli arresti, le persone interessate (guardacaso miratamente tutti leader di centri sociali/collettivi, ma c’erano solo loro?), e (almeno a Padova) la ruvidezza dell’operazione sono molto sospette, e preoccupano.

Preoccupa soprattutto il tentativo di tagliare le gambe un movimento che probabilmente dal prossimo autunno ritroverà nuove energie, se non saremo tutti fuggiti nel frattempo, e di alzare i toni in vista di un G8 che si preannuncia fallimentare, e quindi bisogna scaricare il fallimento sulle proteste. Questo G8 invoca già il suo morto.

Tornando agli arresti. Con alcune di queste persone ho avuto anche un’antipatia personale, che è sfociata in litigi (e minacce), per cui capirete se non sarò molto tenero. Riprendo da un commento lasciato su piovonorane (riguardo a tutt’altro), opportunamente modificato: 

Guardate gli arresti per gli scontri a Torino. Chi sono questi che si sono piazzati alla testa del corteo? Secondo voi esprimono l’opinione e i metodi di quelli che marcian dietro? E se non condividessi le loro parole? Come mi sentirò quando alla televisione si parlerà solo di loro?

E’ anni e anni che partecipo a manifestazioni, iniziative etc. anche molto attivamente, non ho mai cercato di farne credito e credo che questo sia lo spirito giusto per costruire una partecipazione dal basso condivisa. L’analogia è che puntualmente si è sempre instaurata un’”avanguardia” portatrice di un messaggio e di un metodo che non può mai essere quello di tutti ed in particolare il mio, ma che poi finisce con l’essere l’unico messaggio che filtra sui nostri media riduzionisti.

Anche il logo-nome Onda è ormai compromesso, e se la protesta monterà ancora il prossimo autunno, bisognerà che venga definitivamente abbandonato. Perché l’Onda dovrebbe partecipare alle manifestazioni per la TAV, per il DalMolin, per il Mose (fronti che condivido) seguendo l’agenda politica dei disobbedienti? Perché le assemblee aperte finiscono sempre inevitabilmente per essere dei comizi dei soliti "scienziati politici" sgrammaticati, di chi urla di più nel megafono e di chi la sà più lunga degli altri?

Un’ultimo sfogo. Ora invocano solidarietà e amnistia. Ma di che antisistema sei se ti appelli all’indulgenza del sistema? Se le forze dell’ordine e il sistema giudiziario sono tuoi nemici, se sono eserciti avversari, tu non fai ricorso al giudice di pace, alla corte d’appello, al Presidente della Repubblica, tu ti dichiari prigioniero politico e ti cucchi la pena, senza appello. Per una questione di integrità.

July 2, 2009

14 luglio

Questo blog partecipera’ allo sciopero dei blog proposto da Gilioli il 14 luglio e spero sia presto disponibile un banner all’altezza di Magic Italy. Ma vi lascio con questo amaro stralcio da Barnard:

[…] la gestione della vostra vita reale, a contatto con le persone in carne e ossa, nella lotta per civilizzare questo Paese partendo dalla propria famiglia, dal proprio vicino di casa, dalla propria strada, e poi con gli italiani per cambiare gli italiani. E’ lì che serve. E’ lì che cambia la Storia. Non su una banda larga.

June 29, 2009

tornati per lamentarci

Dopo alcuni giorni di black-out, dovuto ad un problema ad un disco del server, il blog è tornato, facendomi prendere un grosso respiro di sollievo e qualche precauzione in più (un back-up periodico dei contenuti ad esempio).

Riprendo segnalandovi questo articolo ironico e provocatorio sull’insegnamento della matematica, che rispecchia in pieno le mie opinioni. L’articolo si riferisce alla realtà scolastica americana, che nonostante tutto è a livelli di mediocrità non paragonabili alla situazione italiana (e su questo posso garantire personalmente, avendo passato il quarto anno delle superiori in una scuola pubblica americana, peraltro eccellente rispetto agli standard). Ciò non toglie che anche in Italia una discussione sull’argomento sarebbe opportuna, visto il "disamoramento" degli studenti per la matematica e lo scollamento tra le "due culture". Basti pensare che un presidente emerito della Repubblica, nonché ex presidente della Banca d’Italia, non ebbe timori a dire di essere stato un asino in matematica: chi mai confesserebbe di essere stato sgrammaticato?*

Ho qualche esperienza come insegnante privato. Gli studenti che sono passati sotto le mie grinfie consideravano le lezioni private come l’occasione per fare i compiti e togliersi di mente il problema, cercando di estorcermi la formula per risolvere un dato problema che avrebbero trovato uguale-uguale nel compito in classe. Ho sempre tentato di aiutarli a ragionare su un dato problema e ad arrivare alla formula da soli, di solito con ottimi risultati, ma purtroppo i frutti di questo sforzo marcivano in fretta; mai una volta che uno di loro si sia messo a ragionarci da solo. Piuttosto, passavano ore a compilare dettagliati foglietti zeppi di formule inutili e decontestualizzate, che poi avrebbero infilato in ogni orifizio trasformando il compito in classe in una pantomima constorsionistica. Quello stesso tempo, lo avessero impiegato a capire il poco (pochissimo) che serve per vivacchiare in matematica alle superiori, avrebbero avuto risultati molto migliori.

Estrapolo dal testo dell’articolo alcune frasi che mi hanno divertito/fatto pensare/entusiasmato:

Math is not about following directions, it’s about making new directions.

The art is not in the “truth” but in the explanation, the argument.

Mathematics is the art of explanation.

Would you accept as an art teacher someone who has never picked up a pencil or stepped foot in a museum? Why is it that we accept math teachers who have never produced an original piece of mathematics, know nothing of the history and philosophy of the subject, nothing about recent developments, nothing in fact beyond what they are expected to present to their unfortunate students?

Queste sul metodo mi piacciono particolarmente:

In particular, you can’t teach teaching.

Teaching is a messy human relationship; it does not require a method.

Or rather I should say, if you need a method you’re probably not a very good teacher.

Questa potrebbe essere una massima buddista:

Students learn that mathematics is not something you do, but something that is done to you.

E poi l’amara constatazione sui programmi ministeriali:

Students must also memorize the quadratic formula for some reason.

Questo "lamento del matematico" mi pare tuttavia più il grido di frustrazione di un insegnante capace e intelligente che vorrebbe insegnare la matematica in una maniera illuminata, facendo percorrere agli studenti il percorso creativo e stimolante della scoperta (e, come dice Feynman nella sua Nobel lecture, una cosa non la capisci davvero finché non la scopri da solo) che una vera proposta. Io stesso mi sentirei costretto dal programma in una maniera intollerabile, se potessi insegnare. Quanto vorrei poter insinuare nei miei studenti il dubbio che i numeri primi siano finiti o infiniti, o che ogni numero pari sia la somma di due numeri primi, e vedere con che cosa se ne vengono fuori, magari dopo un po’ di frustrazione, e guidarli verso una delle tante possibili risposte al problema, e vedere se questo dà loro una soddisfazione autentica. Il problema non si pone perché in Italia le carriere del ricercatore e dell’insegnante sono separate a priori, molto prima che qualche eventuale merito possa risaltare; mi dispiace dirlo così schiettamente, ma (con le dovute eccezioni) chi opta per la via dell’insegnamento è spesso un mediocre matematico/fisico, e i due anni di SSIS non aiutano in questo senso. Anzi, in nessun senso. Provo solo a immaginare al buon didatta addomesticato in pedagogia e metodologia quando si trova di fronte classi di 27 (ormai questi sono i numeri nella nostra scuola in disfacimento) persone tutte diverse pronte a ridicolizzarti al primo passo falso.**

D’altra parte, penso anche nella prospettiva opposta. Cosa direi se mio figlio si ritrovasse alle prese con un insegnante originale, vivace, disordinato e incapace? E passi per la matematica, ma quando cose simili dovessero succedere anche per la delicatissima storia, o la filosofia? Forse non sarebbe meglio un’istruzione di base, un po’ sterile, ma consolidata, con ben in mente che la vera formazione e gli interessi vengono delle esperienze di vita e, forse, ma solo forse, anche da un po’ di "scuola parentale"?

[Mi rendo conto che quest’ultimo paragrafo pochi anni fà non ci sarebbe stato. La vecchiaia precoce fà brutti scherzi.]

* A questo si collega il problema della "predisposizione alla matematica". E’ la scusa più consueta per giustificare gli insuccessi scolastici dei figli. ‘Non è tagliato per la matematica. Come ad essere stonati, non si può fare il musicista…’ o si? Io conosco una marea di musicisti che non hanno intonazione spontanea (che comunque non è una dote innata, ma dipende da quanto ascolto e quanto esercizio vocale si è fatto da piccoli). Ma l’hanno imparata. Ho avuto un insegnante di ear training (educazione all’intonazione) che per sua ammissione non era intonato, ma ha imparato ad intonare. E non per costrizione, ma per amore della musica. D’altra parte, non bisogna essere intonati per essere musicisti; ci sono musicisti che hanno un incredibile senso del ritmo, una capacità di analisi armonica o strutturale, oppure semplicemente hanno delle IDEE.

** Una volta ebbi a lezione un’insegnante di chimica che doveva dare supplenze in fisica. Non solo non sapeva niente, ma non capiva niente, e pretendeva di fare tutta la termodinamica in due ore. Alla fine le ho detto: fai di tutto per non farti scoprire, è l’unica.

 

June 13, 2009

reclusi

Oggi sono state emesse le condanne in primo grado per le "nuove brigate rosse", con pene che variano dagli zero ai quindici anni. Sono parzialmente sollevato dall’apprendere che la "cellula studentesca" padovana, i più giovani del gruppo, hanno subìto pene tuttosommato non gravissime e sicuramente riducibili. Sollevato non per simpatia personale, tantomeno per condivisione del progetto politico o dei metodi, e neanche per nostalgia per i pugni alzati (che le mie mani si sono sempre rifiutate di articolare) come quelli comparsi in aula all’enunciazione della sentenza. Sono sollevato per umana compassione, perché questa sentenza consente di pensare ad una vita dopo l’espiazione delle innegabili colpe; sarebbe terribile che persone così giovani siano schiacciate da un macigno di proporzioni storiche senza avere la possibilità reale di ricominciare.

Quando questi ragazzi sono stati arrestati ho pregato il mio buon dio Pinelli che sei nei cieli che si trattasse di confusione generata dalla commistione tra mondi diversi ma contigui come il movimentismo, di ogni gradazione, i centri sociali, l’attivismo studentesco e forme più agguerrite di dissenso. Le cattive frequentazioni, per dirla in breve. Non era così. La lettura (superficiale) dei resoconti ha rivelato presto che c’era una netta consapevolezza del proprio ruolo e dei fini dell’associazione. Forse il frutto di una manipolazione estrema da parte di qualche leader più anziano, ed una certa propensione dovuta a situazioni personali sicuramente difficili. Sono solo ipotesi sulle cause, non una ricerca di scuse.

Quando mi sono reso conto della loro organicità nell’associazione eversiva nella veste di PR mi sono chiesto se, avendoli conosciuti personalmente, non fossi momentaneamente entrato anch’io nella loro sfera di attrazione. Sarebbe stata la seconda volta che, inconsapevolmente, ma con piena responsabilità, mi sono trovato a contatto con il dark side of the moon, che poi in verità non si tratta affatto di un "lato", ma solo di una calotta semisferica ai cui bordi i contorni d’ombra sono molto sfumati. La prima volta, lo voglio dire perché adesso suona quasi divertente, è quando vendevamo cartoline di Natale pitturate dagli attivisti di Sendero Luminoso e pubblicavamo comunicati e denunce dal carcere che sarebbero potute venire direttamente dalla penna di Abimael Gumàn "Gonzalo" (del tutto condivisibili, peraltro).

Tornando ai brigantini. Sono felice che questi ragazzi escano relativamente presto, e spero trovino un loro posto nel mondo. Ma in quale mondo usciranno? Il concetto di "reinserimento" è del tutto inapplicabile e insensato quando si scontra con la negazione dei principi stessi su cui si basa la giustizia e l’amministrazione della cosa pubblica. Il cazzone che prende una multa, ma condivide il senso del codice della strada, sa di aver sbagliato, paga il suo debito e si educa a non farlo più, in nome di un principio condiviso. Ma per chi rifiuta il codice della strada, ogni ammenda è un atto di violenza dell’istituzione più forte (lo Stato) contro quella più debole (l’individuo). Tornando in strada, solo considerazioni d’opportunità potranno frenarlo dal farlo ancora.

Alcuni anni fa è uscito uno degli ultimi ignoti brigatisti della prima ora ancora reclusi, uno che non aveva mai commesso o partecipato ad omicidi, ma colpevole "soltanto" di alcune rapine a fine di autofinanziamento. E’ rimasto in carcere più degli altri perché si è sempre rifiutato di abiurare alla propria ideologia, e non ha mai usufruito dell’ora d’aria, delle visite parentali o di altri diritti di un sistema punitivo che non riconosceva. All’uscita dal carcere avrebbe solo detto che nessuna delle sue convinzioni era mutata.   

Questi ragazzi hanno formato le proprie convinzioni attraverso quello che credo sia stato un lungo percorso. Le sapevano argomentare, anche in maniera piuttosto decisa, e la loro vita era tutta orientata in quella direzione, tanto che almeno uno di loro si era iscritto a scienze poltiche e poi trasferito a Milano apposta per fare proselitismo. E’ impensabile che il bastone di tre anni passati in un sistema carcerario devastato possa smussare alcuna delle loro convinzioni, anzi al contrario potranno inasprirle. Il solo effetto rimasto alla pena è quello intimidatorio. All’uscita dal carcere, li aspetta ancora una vita da reclusi.

June 5, 2009

al voto al voto

L’antico voto di astensione siglato in giovanile purezza anarchica sarà disatteso anche domani, come è stato ad ogni tornata elettorale dal compimento del diciottesimo compleanno. Il non voto consapevole, l’unica scelta veramente coerente, sarebbe un esercizio di aristocratico individualismo. Lascio ai giovani Raskolnikov il diritto e gusto di espandere il proprio ego al di là del contingente, di proiettare il proprio ruolo in una dimensione storica che abbraccia Gesù Cristo, i fratelli Gracchi, Buenaventura Durruti ed Ernesto "Che" Guevara. Questo blog, già largamente compromesso e normalizzato, accetta la punizione che spetta ad ogni mortale e si recherà a votare, mischiandosi alla mediocrità della collettività democratica (parole di Michele Serra). Con il dispiacere di non aver mai potuto, per senso di responsabilità o per pavidità, onorare il voto pur di concedere un voto d’opportunità, estorto per ricatto e sempre disatteso.

Ciononostante, il doppio turno alle amministrative e il voto per il parlamento europeo consentono ancora un minimo di discrezionalità. Domani questo blog a Bologna supporterà una lista civica (Bologna Città Libera), beninteso non grillina, che ha fatto del recupero degli spazi e di una più modesta e contenuta concezione dello sviluppo urbano il suo motto. E in particolare supporterà un giovane ed entusiasta candidato al Consiglio Comunale con l’augurio di non essere eletto, perché la delusione di trovarsi in un’altra stanza di pigiabottoni a tempo perso potrebbe disilluderlo al punto tale da allontanarlo per sempre dall’attivismo. Al secondo turno, se ce ne sarà proprio bisogno, questo blog voterà l’esponente meno lontano in linea d’aria nel grafico right-left.

Ballotaggio o non ballottaggio, ci si recherà al seggio ancora per votare il referendum. E qui il superego invoca pietà. Votare o astenersi? Il quesito è imbarazzante: volete tenere una legge elettorale ignobile? O preferireste cambiarla con una peggiore, nella speranza che magari qualcuno la rifaccia dopo (perché, altrimenti non si può rifare lo stesso? Si può modificare l’esito di un referendum con tanta leggerezza?). Un bel "bravi, vaffanculo" al comitato promotore del referendum: perché tanto sforzo per un risultato così stupido è incomprensibile. Ma questo blog rifiuta l’idea di astenersi, magari sfruttando la giornata per infilarsi in coda verso il mare. Probabile scheda bianca, o con sghiribizzi osceni; o, magari, una bella A cerchiata.

Ve ne eravate accorti? Domani si vota per le europee, non ci sono le elezioni politiche. Europa, questa sconosciuta. L’unica che ha impostato la propria campagna sull’Europa è la candidata dei Liberali Democratici, ma non siamo ancora così vecchi. Vade retro Satana, insomma. Il nostro endorsement va a Sinistra e Libertà, per l’enorme stima nei confronti di Vendola, le cui analisi condividiamo in toto, e per incentivare un progetto a sinistra che possa avere anche solo un barlume di speranza di fare da contrappeso al clericalismo del PD. Senza entusiasmo. E con la consapevolezza che probabilmente il nostro voto sarà accartocciato e gettato nel cestino, per questo criterio antidemocratico per cui solo il voto di chi vota per liste immeritatamente consolidate vale 1, gli altri valgono 0. L’alternativa sarebbe stata l’Italia dei Valori, che se la cava benissimo con le forze sue e rimane un partito troppo personalista. Spiace per la Lista Comunista, ma credo che per rifondare una sinistra eternamente all’opposizione serva molto, molto più attivismo dal basso. Il dispiacere è perché siamo consapevoli che senza il quorum e relativi gettoni i partiti faticano ad esistere anche in basso.

Ci recheremo al voto come si va al bagno; non è elegante, è necessario e del risultato non andiamo fieri.

June 4, 2009

di TIR e San Toro

Stasera Santoro si è scusato con i telespettatori prima di partire con la puntata, per via del fatto che Anno Zero avrebbe avuto un formato particolare (e più breve) in vista delle imminenti elezioni. Ha comunque tenuto ad assicurare che da giovedì prossimo si tornerà al vecchio stile, con gli ottimi servizi sul loco interpolati al vacuo chiacchiericcio in studio, svuotato di ogni contenuto dagli interventi obbligati dei vari ospiti illustri politicanti desiderosi di propaganda e polemica, che da Santoro non manca mai. Stasera è andato in onda un meraviglioso reportage giornalistico, di quelli seri, lunghi e approfonditi che solo Report ci fa vedere, con pochissimo e innecessario commento a margine. E improvvisamente ho capito il fastidio di Santoro da dove generasse: la sua assenza dallo schermo, la sua marginalità, l’impossibilità di provocare. Lo rispetto un po’ di meno, perché stasera ha mostrato che potrebbe fare cose meravigliose, con un po’ più di umiltà.

Credo che il servizio si possa vedere sul sito di Anno Zero, e riguarda una tematica non di primo piano: il problema del traffico di TIR sulle nostre strade e la deregolamentazione totale cui sono sottoposti i camionisti, che, stritolati in un meccanismo perverso per cui devono viaggiare a loro e altrui rischio molto oltre i limiti consentiti dalla legge, invocano essi stessi l’intervento del governante per poter godere di una maggiore sicurezza e soprattutto per poter avere una vita famigliare. Di taglio, ma solo appena accennata, la questione di un modello economico fondato sul trasporto su gomma, un flusso dal sud al nord di merci deperibili simbolo della "genuinità" della dieta italiana, e dal nord al sud di scorie. Un dato su tutti: il 3% del tanto invocato PIL è eroso dagli incidenti stradali.

Su una tematica del genere il consenso politico dovrebbe essere quasi unanime: maggiori controlli, indagini sulle aziende appaltatrici, sanzioni pesanti per i "mandanti", ispirazione a modelli esteri funzionanti (tutti), migliore formazione delle forze dell’ordine, ed una campagna seria di sensibilizzazione. Per non parlare dello sviluppo del trasporto ferroviario, delle infrastrutture per il trasporto marittimo o di una incentivazione di cambiamento di modello si consumo. Eppure rimarrà uno dei tanti problemi insoluti, o rappezzati male, del sistema Italia (un organismo così maltrattato che ci si chiede come faccia a stare ancora in vita). Per vari motivi: l’inerzia del parlamento, oramai declassato ad arte a consesso di pigiabottoni; la complessità del problema; ed, ovviamente, il costo immediato dell’operazione (a fronte di un guadagno sul lungo termine). Ma soprattutto, la mia impressione, la proposta sarà accantonata perché viene da un "organo della sinistra antagonista".

A chiosa della puntata, l’intervento di Travaglio, in tema ma con sottili provocazioni nella direzione che ci si aspetta sempre, forse un po’ ossessivamente, da Travaglio. Con la tesi, condivisibilissima, che l’italiano culturalmente (antropologicamente?) considera le leggi (per esempio i limiti di velocità) come dei suggerimenti, quando non degli ostacoli da eludere. Da un post di nickweirdfish:

Una legge va rispettata punto, non è una indicazione da tenere in considerazione a seconda delle condizioni climatiche. Questo nostro modo assurdo di intendere la vita sociale è riscontrabile ovunque, anche nelle cose più innocenti. Viene in mente la storia di una mia zia che, dovendosi sottoporre ad un esame medico per cui era richiesto il digiuno, disse "va bene non faccio colazione, magari prendo solo uno yogurt.."

E concludo con Santoro. Mi chiedo: che cosa impedisce di fare di ogni puntata un approfondimento scevro delle inutili postille "politiche" dei professionisti dei salotti romani, ignoranti e impreparati? Perché non chiamare solo gente competente, esperta, magari anche con opinioni antitetiche ma documentate? C’è qualche vincolo contrattuale per cui anche le migliori intenzioni debbono per forza essere inquinate dal paninozzo infarcito di luoghi comuni e propaganda elettorale?

May 27, 2009

vergogna!

Nel magnifico film Solaris di Tarkovsky, l’influsso del pianeta Solaris sull’equipaggio di un’astronave ha la capacità di materializzare i sogni subconsci degli astronauti. In un altro film di Tarkovsky, La Zona, il difficile accesso a tale Zona permette di soddisfare un desiderio recondito. In entrambi i film si evoca un personaggio morto suicida, sopraffatto dalla vergogna. Nel secondo si tratta di un ragazzo che, arrivato nella Zona, espresse il desiderio di rivedere il fratello morto, ma tornato a casa si ritrovò ricco sfondato, e senza fratello.

In Solaris si tratta di un astronauta-professore cui si materializza una bambina illibata, e prima di suicidarsi lascia un messaggio in cui grossomodo dice "la vergogna salverà l’uomo". Al suo personaggio si contrappone quello di un altro scienziato-astronauta algido e cinico dalla cui testa escono nani-cavie, che lui usa compiacente.

Ora mi dispiace svilire un così alto rimando cinematografico ritornando ad una persona così mediocre come questa (che peraltro dispone della delega al cinema) e soprattutto al suo signore, ma bisogna per tirare le fila del discorso. Anche perché lì si grida "vergogna!" da tutte le parti e quindi bisogna pur capire come ci si comporta quando si prova vergogna. Qualunque cosa sia, queste persone, e in particolare mister B, ne sono privi; non perché non si vergognino, ma perché passata la prima volta, passata la seconda, poi ci fai l’abitudine, e alla fine diventi impermeabile. Allora non c’è più salvezza, né per lui né, soprattutto, per noi! Non hanno più nulla da perdere, e quindi possono navigare a vele spiegate; sono cinici, e pericolosi come lo scienziato algido.

Non ho una gran stima per Ezio Mauro. Ma so che se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi, si vergognerebbe. Non penso che una grande persona, ed un uomo pubblico, debba per forza essere pulito perfetto in ogni comportamento, diciamo (finora, ma non temo sorprese) come Obama. Ma penso che debba essere in grado di sostenere ogni sua scelta, dove ha dei principi e delle convinzioni che lo supportano, e altrimenti sapersi vergognare. Mister B non ha né l’uno né l’altro: non ha avuto il coraggio (e l’intelligenza) di dire (sul caso Noemi): "mi piace circondarmi di belle ragazze giovani, con cui non faccio nulla di men che lecito. Rimetto a voi il giudizio". Non dice neanche (ma Taormina lo disse per lui): "Si, certo che le leggi sono ad personam: servono per fermare un’iniziativa giudiziaria che è partita nei miei confronti e che rischia di lasciare il Paese senza un premier autorevole. Rimetto a voi il giudizio.". Più difficile nel caso Mills dire "mi piace fare regali costosi a collaboratori giudiziari, qualcosa che non va?". Ma neanche si vergogna più di tutte le evidenti menzogne che ha dovuto raccontare in questi anni. Quindi rimane nel limbo.

Al punto che, oggi, è lo stesso mister B ad esser diventato il nostro Solaris, istigatore di istinti di basso ventre.

May 25, 2009

lunga vita a mister B

Un racconto di fantapolitica. Ogni riferimento è puramente intenzionale.

L’altro giorno fantasticavo della morte del signor B. Quando, per ipotizzarne una, la sua prostata squarcerà il velo di finzione intorno al suo vigore fisico e restituirà il corpo in metastasi di un vecchio malato e stanco. Impulsivamente ho pensato che quel giorno cederei ad un gesto di cattivo gusto, come di cattivo gusto fu tutta la sua vita. Al primo trapelare di notizie di ricovero, mi precipiterei a comprare una bottiglia del secondo peggior spumante per andarla a stappare in piazza. Non per festeggiare, ma per celebrarlo nel modo che più si confà, un gesto esplicitamente irrispettoso, incivile e volgare in memoriam di una persona irrispettosa, incivile e volgare. Dare a Cesare quel che è di Cesare. In questo giorno speciale si dovrebbe mettere da parte l’ipocrisia degli attestati di stima postumi e la retorica del "rispetto dei morti", che poi, per l’appunto, sono morti e del rispetto non se ne fanno niente, semmai il rispetto andava guadagnato in vita - e non comprato. Noi si và in piazza e celebrare la liberazione, e non credo che saremo in pochi.

Quel giorno però la macchina mediatica girerà a pieni giri per forgiare l’immagine di un leone che al capezzale lotta con tutte le sue forze contro la malattia, una malattia che non verrà mai chiamata per nome per evitare che la gente possa sospettare che questa sbandierata virilità era fuffa ed il suo atteggiamento verso le donne dettato da frustrazione e morbosità. Si muoveranno le ruote dell’ingranaggio per sottrarre il cadavere alla piazza ed evitare che sia appeso a testa in giù come un salame. Sarà imbalsamato così com’è, con l’oscena camicetta bianca aperta sul petto. Saranno allestiti grandiosi funerali di Stato, in cui un presidente della Repubblica commosso ed un grancardinale (o forse addirittura il primo inquilino del Vaticano) pronunceranno discorsi falsi e concilianti. La televisione sarà inondata da speciali su speciali in cui sarà ripercorsa la storia imprenditoriale e politica di mister B con toni epici e declamatori. Il buon Bruno V. titolerà a lettere cubitali "mister B il grande" come aveva già fatto con Wojtyla nella speranza di accalappiarsi lui, proprio lui, il merito storico di aver affibiato un nomignolo ad un personaggio storico.

La sua eredità politica potrà anche dissolversi nel nulla, con il Porcile dei Leccaculo in disfacimento, la Lager per i cazzi suoi, nessun erede naturale, aspre lotte intestine. Sul piano politico, è questo quello che tutti stiamo aspettando e che sbloccherà la situazione per il definitivo ritorno della DC. Ma morendo sul campo mister B si guadagnerà un posto nella storia, e tutto il letame che si portava appresso sarà seppellito assieme a lui.

Io non voglio questo. Troppo facile. Io voglio che mister B assista al crollo del suo impero e alla fine della sua epopea, voglio che muoia consapevole che la sua figura è compromessa. Voglio che veda i suoi "eredi" sbranarsi per un posto al sole, quando il despota non avrà più il potere di elargire promesse e poltrone. Quando le sue "amicizie" svaniranno nel nulla, perché erano in affitto, e nessuna showgirl vorrà più fare compagnia ad un vecchio satiro, e si troverà solo, senza moglie, senza ricevere telefonate dai figli sulle cui teste ha giurato falsità decine e decine di volte. Quando anche Fede e Fedele lo avranno sfiduciato, e Bruno V. non gli riserverà più una poltroncina speciale. Quando i pochi brandelli di processi rimasti riusciranno a ripartire e a sentenziare ciò che a tutti è più che evidente, ed il suo impero economico si deteriorerà lentamente divorato dal nuovo che avanza, Mediaset cancellata da Internet, banche finanziarie e assicurazioni devastate dalla crisi. Voglio che veda il Milan retrocedere fino alla serie C, mentre l’Italia retrocede nel terzo mondo. Voglio che si renda conto che nessun leader straniero vuole avere niente a che fare con lui, e che anche in patria i suoi epigoni fanno a gara a rinnegare il padre-padrone, i suoi portaborse pronti a negare ogni singola affermazione fatta in favore dell’indifendibile. Voglio che veda gli storici affilare le matite sul suo ventennio al governo, che al pari di Bush la gente rinsavita riconosca il grosso errore storico, e che la Chiesa stenda un velo pietoso. Voglio che senta ogni barzelletta, ogni espressione, ogni forma verbale denigratoria nei suoi confronti. Voglio che sia preso come esempio negativo per ogni futuro presidente, che sia paragonato a Catilina, Commodo, Nerone, e voglio che lui lo sappia. E magari che ci sia per contrasto un presidente figo e innovativo come Obama, giusto per esacerbare la sconfitta storica.

Quindi, lunga vita a mister B!

May 22, 2009

d’avanza?

"Silvio rispondi"? Ma che è, ‘na seduta spiritica? Berlusconi, risponda! Così semmai apostroferei il convitato.

L’iniziativa di Repubblica è un’operazione corretta, strategica e meritoria. Pone come imprescindibili per il prosieguo del dibattito politico le domande che nessuno pone. Non lo chiamerei uno scoop eccezionale, visto che trattasi solamente di accostare le incongruità delle varie versioni della vicenda date da Berlusconi, dal suo staff e dai diretti interessati. Visto che siamo tutti d’accordo, vesto i panni di editorialista dell’Orinale. Dalla mia piccola postazione di lettore sporadico di Repubblica e navigatore vergognosamente assuefatto di Repubblica.it, noto che dopo qualche mese in panchina, interrotti da editoriali rituali, la firma di d’Avanzo torna a vergare la più prepotente delle iniziative di Repubblica. E paradossalmente la più "travaglina" se vogliamo. Ricordo che d’Avanzo si è reso ridicolo recentemente tentando di smascherare fantomatiche connivenze mafiose di Travaglio e impartendogli una lezione di giornalismo dai toni supponenti a dir poco, e che gli è tornata fastidiosamente indietro. Forse, secondo voci di corridoio*, per far vedere il muscolo di vista di una probabile d’avanzata verso la direzione di Repubblica.

Vi torna?

* non certo il corridoio di Repubblica, ma quello del mio condominio.

May 9, 2009

Siamo un paese di razzisti?

E’ questa una domanda che ho visto comparire spesso, e a ragione, negli ultimi mesi sulla blogosfera, in occasione di innumerevoli casi che non sto neanche a menzionare. E che si ripropone a seguito della proposta di posti in tram riservati ai milanesi doc. Tutte le volte che ho visto l’interrogativo, tra una propensione per il si e una per il no, mi è sorto il dubbio: che senso ha? Cosa vuol dire che un paese è razzista? C’è qualche ragione storica o culturale per cui gli italiani dovrebbero essere più razzisti di altri popoli (e passatemi la parolaccia)? C’è qualche ragione contingente per cui un qualche razzismo fisiologico starebbe riafforando dalle viscere degli italiani? Sono arrivato alla conclusione che la domanda è insensata.

Un’altro interrogativo dello stesso tenore è: chi sono gli stupratori? Sono dei malati, come gli italiani sarebbero malati di razzismo? Questa malattia è più diffusa tra i rumeni? Assurdo. Lo stupro è un atto violento di sublimazione di una pulsione naturale, quella sessuale. Ci riguarda tutti. Le statistiche confermano che proporzionalmente gli stupri da parte di stranieri sono in aumento, ma è importante comprendere che questo è un fatto prevalentemente sociale, non culturale nè tantomeno razziale: queste persone sono dei reietti, degli esclusi, ghettizzati, arrabbiati e quindi talvolta estranei alle regole di convivenza "civile", e violenti. Credo che essere di sinistra sia precisamente questo: presumere che il contesto socio-economico sia la sovrastruttura determinante nel comportamento "statistico" delle popolazioni. E ci tengo a sottolineare "statistico", perché una cosa è il cercare la causa di un fenomeno, un altro è cercare delle scuse per l’episodio.

Tutti gli animali hanno una pulsione sessuale, e credo che tutti gli animali abbiano una pulsione alla xenofobia, all’allarme e paura quando si avvicina un estraneo, soprattutto se diverso. Spirito di conservazione. Noi uomini stando in società abbiamo imparato che le pulsioni vanno incanalate. Il sesso, la competizione, l’egoismo rientrano nei ranghi della vita privata, dello sport, della carriera. Persino la violenza fisica pura ha trovato nella boxe la sua realizzazione socialmente compatibile.

Lo ammetto candidamente. Se passeggiando sotto i portici di Bologna vengo avvicinato da uno straniero di colore, nell’incontrollabile cuore di tenebra del mio cervello qualche meccanismo mi invita alla diffidenza e alla prudenza. E, spiace ammetterlo, mi rendo conto che questi meccanismi sono condizionati dalla percezione del mondo che i media - mio malgrado - mi hanno trasmesso. Il senso di lealtà nei confronti delle mie idee mi impone di non fare differenze e di contenere gli istinti xenofobi. E finora l’unica volta che sono stato rapinato a mano armata è stato ad opera di un italiano.

Per cui quando mi chiedo: siamo diventati razzisti?, la risposta che io darei è semplicemente: lo siamo sempre stati. E non solo noi italiani. Lo siamo per natura, come per natura siamo ladri, estortori, stupratori, evasori, bulli…

Il problema nasce quando la soddisfazione della pulsione viene avallata proprio dall’ordinamento che dovrebbe, seppure con tutte le sue contraddizioni, controllarla. Per cui quando ci viene proposto di dividere i neri dai bianchi sugli autobus, il solo fatto di poter pensare che una cosa simile sia concepibile accende in noi l’irrefrenabile tentazione di approfittarne per dar libero sfogo ai nostri individuali animalismi. Anche io, civile e tollerante, andrò in giro per strada con un pizzico in più di diffidenza, e a volte penserò che, si, in effetti l’autobus per longobardi sia utile a non farsi rubare il portafoglio. E se per caso fosse troppo tardi per tornare indietro, dovrebbe succedere qualcosa di terribile e rivoluzionario per farci prendere atto che serve un nuovo patto sociale. Perlomeno deve morire la generazione che è scesa allo sporco compromesso. Il mischiamento culturale ha in sè il male ma anche l’antidoto, perché, come è successo negli Stati Uniti, in Italia i ragazzi impareranno a vivere a stretto contatto con il diverso (nelle scuole ad esempio) ma saranno infarciti di paure dai propri genitori, e per completare questa difficile transizione bisognerà consumare episodi spiacevoli se non drammatici.

Se invece la proposta naufragasse, comunque in noi rimarrebbe instillato quel seme di razzismo. A volte, usando una metafora biblica, il seme germoglierà, a volte sarà lo stimolo per ripensare al senso dello stare in una società. Seme dopo seme, non saprei dire se crescerà più velocemente la gramigna o la vite (sempre in versione biblica).

- - -

Ma quello di cui volevo veramente parlare era: Berluska e PD. Non ne parla più nessuno!

Di Berlusconi voglio solo dire questo. Lui sta premendo sugli istinti più bassi degli italiani. La mano lieve nei confronti dell’evasione, i condoni a priori del piano casa, il maschilismo, il gioco d’azzardo (il poker in televisione, una nuova lotteria per l’Abruzzo), i favoritismi, il fastidio per la giustizia, il successo e la fama facile. Chi non ha la bussola del senso del vivere insieme sarà toccato su una qualche corda vibrante. E’ così che crea il suo consenso, ed è per questo che è virtualmente imbattibile. I pedofili in carcere passano dei brutti quarti d’ora; il codice d’onore mafioso dei galeotti riserva ai pedofili l’ultimo girone dell’inferno. Ma si tratta di un codice, per quanto brutale e ingiusto, mentre la pedofilia è una pulsione di ogni uomo. I corollari li lascio a voi.

Come risposta a Berlusconi, ci vuole una grande agenzia di valori. In Italia ce n’erano due: il Partito Comunista e la Chiesta Cattolica. Oggi non è rimasta nessuna delle due. Al loro posto c’è il PD, che invece di promuovere valori, cerca di intercettarli, casomai ce ne fossero ancora in giro. Allora senti Letta che afferma che bisogna fare più di così se si vogliono prendere i voti dei cattolici, e qualcun altro che propone più di colà per fare il patto con le forze ex-comuniste. Ma chi sono, oggi, i cattoli e gli ex-comunisti? Che cosa pensano? Niente, non pensano niente, sono confusi, bistrattati, strattonati, spiantati. Non c’è nessun voto da intercettare in sacche d’opinione preformate! Ci vuole Gramsci che vada lassù a dire: vi dico cosa vuol dire essere comunisti oggi, e poi ci vuole Cristo che vada a dire: vi dico cosa vuol dire essere cristiani oggi, e perché e come ci tocca di vivere insieme. Nella sua modestissima figura, questo discorso lo fa Di Pietro, il quale avrà pure la giugulare pulsante ma ha avuto le palle di andare a dire che cosa è e che cosa non è legale in Italia. E tanto gli è bastato.

April 28, 2009

il funzionario zelante

Non temo Berlusconi in sè, ma Berlusconi in me.

G. Gaber

Quello che denuncia una donna incinta clandestina, violando la legge, perché è nell’aria la legalizzazione, e anzi di fatto l’obbligatorietà, della delazione.

Quella del "servizio pubblico" che sentendo pronunciata dalla bocca di uno stolido stregone il nome di Lui invano, ripara con esaltanti ovazioni, forse memore che è periodo di nomine, promozioni e candidature.

Quelli che "c’è la crisi, non se ne può parlare", "c’è il terremoto, non è il caso di dire".

Quel capodipartimento competente che nella città del fascio rinato pensa che non si possano celebrare iniziative politiche, come la proiezione di un film sul G8 di Genova.

Quello che imbraccia carta e calamaio per negare l’evidenza monolitica che il nostro presidente del consiglio è un clown agli occhi di tutto il mondo, motivo di vergogna per chiunque debba incautamente mettere piede fuori dai confini. Fuorché i nostri pennaioli.

 

Diligenti, solerti, intraprendenti. I nuovi funzionari della macchina mi preoccupano di più dei loro duci. Si sono calati nel ruolo con una velocità disarmante. Mi fanno pensare che veramente gli italiani siano una popolo che si finge libero ed esuberante, ma che sotto sotto ha bisogno del bastone.

April 17, 2009

anche io non darò l’euro

Provo insofferenza per l’elemosina. Quando vengo fermato per la carità, alla domanda "una moneta per un povero" rispondo sempre "no" e proseguo indifferente, imperturbato. E’ una scelta precisa, ideologica, che mi rende immune da quel sentimento di vergogna che attanaglia quelli che rispondono "non ce l’ho" (non è mai vero), o quelli che danno un obolo infinitesimo rispetto alla loro immensa ricchezza ad un pezzente selezionato per simpatia, purché non sia rumeno. A volte mi applico in maniera troppo rigida a questo esercizio di integrità. Una volta che un ragazzo mi chiese i soldi per contribuire all’acquisto di una marca da bollo tirai dritto: meglio avrei fatto a comprargliela, tutta intera, come quella volta che comprai un biglietto inutile ad un accattone in stazione, che poi non lo volle. Perché non sono tirchio. Allora si tratta di cinismo? Come volontario della Caritas avevo dato molto del mio tempo, e non mi ero risparmiato anche spese per far funzionare la cucina della mensa senza che neanche mi passasse per la testa la possibilità di essere rimborsato. Tempo speso vicino a quelli che devono essere aiutati, e non a 700 kilometri di distanza. O a qualche metro di distanza di sicurezza, come a quella cena di gala vista in televisione cui partecipavano vip e poveracci, ognuno al proprio tavolo, divisi in caste; e alla fine i vip elargivano, purché il contatto umano fosse evitato. Della Caritas avevo condiviso il progetto e ne avevo apprezzato le finalità e i modi: crescita individuale di ogni singola persona, progressiva autonomia, liberazione dalle necessità. Ma sapevo anche che non era giusto che fosse la Caritas a rispondere alle esigenze primarie delle persone cadute. Le strutture di solidarietà, la gente, il "popolo", deve metterci l’umanità, la condivisione del dolore, il conforto. Non il bonifico. A questo deve pensare lo Stato.

Lo Stato che non dovrebbe appellarsi alla bontà dei cittadini per rimediare ai danni di cui è corresponsabile, chedendo di riversare contributi a pioggia, per esempio sulle popolazioni terremotate o sulle associazioni non-profit. Lo Stato deve avere un progetto, una strategia, ed usare i soldi pubblici per finanziare quelle stesse associazioni in maniera mirata. Il 5 permille, cui il nostro associazionismo si è ormai affezionato, è una forma sbagliata di finanziamento se diventa (come è) finanziamento ordinario. Piuttosto siano alzate le tasse, a tutti. La mobilitazione dal basso può dare quell’in più di conforto e di umanità, ma non deve sostituirsi ad uno Stato assente. Perché questo è lo stesso terreno in cui si insediano, dispiace dirlo, le mafie (il parastato), e la prossima calamità con loro.

Per questo in questi giorni di passerelle mediatiche mal sopporto l’attacco ad un servizio di informazione quale Annozero sulla semplice base della non aderenza allo spirito di coesione nazionale di solidarietà (non si è sentita alcuna contestazione di specifici contenuti falsi). Perché il trionfo dello spirito di solidarietà è precisamente il fallimento della politica, e i politici che si fanno scudo opportunisticamente e viscidamente del volontariato hanno un atteggiamento mafioso. Apprezzare lo sforzo dei volontari e criticare le modalità del soccorso e la qualità della prevenzione non sono incompatibili, ed anzi potrei supporre che ogni volontario che ha messo piede in Abruzzo avrebbe qualcosa da dire in merito. Per questo aderisco, e sottoscrivo, all’appello di un ragazzo di Marsala poi andato in onda ieri sera nella puntata "riparatrice" di Annozero [qui]. Una provocazione che rilancio.

Tsunami, Umbria, Basilicata; Emergency, Medici Senza Frontiere; la lotta per i tumori, le azalee, la distrofia muscolare, la ricerca scientifica, la Chiesa Cattolica, i malati di AIDS in Africa, Save the Children. Tutte raccolte fondi, alcune palesemente di stampo pubblicitario (vedi Vodafone per dirne una), che non smuovono di un millimetro la mia pietà. Ce ne sono a migliaia. Quale merita la mia attenzione? Quanto devo dare per sentirmi a posto? Ma io non voglio sentirmi a posto con la coscienza, io voglio essere incazzato con questo stato delle cose. Per il terremoto, meglio dare i soldi agli alpini o alla Croce Rossa? Mi rifiuto di decidere, non ne ho il diritto e l’autorità. Non voglio fare come la gente che uscendo di casa si trova ad elargire l’euro della coscienza a posto e non sa decidersi se darlo al barbone in via Petroni, piuttosto che alla zingara all’angolo con strada Maggiore oppure al fisarmonicista in piazza Santo Stefano. Perchè anche i soldi hanno una faccia, ed io ho cercato di elargire il mio tempo e le mie energie a persone che ho conosciuto, che ho migliorato e che mi hanno migliorato, senza inseguire di stomaco l’esperienza unica dell’evento catastrofico nella zona terremotata, ma qui dove sono. E non solo a Natale, ma anche il 13 luglio.

Voglio davvero vedere cosa ne sarà dei terremotati tra un anno, quando la passione civile della gente sarà scemata, come naturale, e al suo posto rimarrà il vuoto dell’apparato pubblico o, peggio, si sarà insediato il parastato. Appuntamento a Report, 2010, garantito.

April 7, 2009

metodo scientifico?

Voglio dare la mia opinione sull’intrigo scientifico che serpeggia nelle cronache dal terremoto, la vicenda della premonizione di Giuliani, tecnico INFN. Cercherò di fare solo considerazioni metologiche e non di merito, dato che non sono competente, aggiungendo e in parte contrapponendo la mia voce a quella di Leonardo e di Cattaneo. Ma vorrei premettere che la richiesta di scuse da parte di Giuliani a Bertolaso non mi sembra così scandalosa e che finora il comportamento di Giuliani non mi è sembrato troppo avventato, in fondo ha ricevuto dell’idiota da una persona che impiega le proprie forze e quelle della protezione civile per l’organizzione dell’inutile summit della Maddalena, come si evince qui (via piovonorane):

Il Capo del Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri è nominato Commissario delegato e provvede al coordinamento di tutti gli interventi e le iniziative correlate al grande evento che si svolgerà dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2009; provvede altresì alla definizione ed all’attuazione degli interventi di realizzazione, di allestimento e adeguamento delle strutture presso le quali si svolgeranno le manifestazioni, collegate al Vertice del G8.

Cattaneo dice:

Giuliani spiega nelle interviste di oggi che il sisma era prevedibile, e che ieri sera lo vedeva anche dai sismografi. Perché non ha nuovamente lanciato l’allarme?

Forse perché una denuncia basta? Mi pare che ci siano le condizioni perché questa denuncia decada; il beneplacito del dubbio deve andare a favore anche di chi eventualmente provoca un allarme eccessivo sulla base di predizioni "scientifiche" incerte, e non solo per gli amministratori che sulla base della medesima incertezza non si preoccupano di mettere in sicurezza i cittadini.

Incertezza. Ogni predizione scientifica si accompagna ad una incertezza; sulla previsione dei terremoti tramite il rilevamento del radon evidentemente l’incertezza è talmente grande che la comunità scientifica ha sempre ritenuto il metodo inefficace. Tuttavia molti ipotizzano che il comportamento della comunità scientifica sia ideale, ma così non è, soprattutto quando la ricerca è condotta in organi non indipendenti e verticistici. Può ben darsi che un volgare tecnico che conosce il suo strumento alla perfezione, che ha avuto la pazienza di anni ed anni di osservazioni, tarature, normalizzazioni abbia qualcosa da dire. Negare a priori che ci possa essere una correlazione tra le misure di Giuliani e l’evento sismico è un’idiozia, e la comunità scientifica dovrebbe prendere atto che il metodo forse è da rivalutare. Se Giuliani si sbaglia, sarà comunque un contributo alla scienza, che progredisce grazie a quell’unica scoperta corretta ma anche grazie alle novantanove ipotesi sbagliate. Se le competenze di Giuliani si rivelassero fondate, forse una migliore applicazione, più estensiva, più accurata del suo metodo di presa ed analisi dei dati potrebbe migliorare la previsione ed evitare morti. Chiedere ad un tecnico di indovinare il giorno esatto e la locazione esatta di un evento che si colloca in un’attività costante mi pare eccessivo. Tenere aperta la porta all’incertezza in questo momento è anche un modo di evitare di essere troppo cinici.

Ci sono sempre margini di errore ed il metodo scientifico consente di stimarli. Purtroppo il metodo scientifico però fallisce per eventi, come quelli climatologici o geologici, per i quali non si possono studiare realizzazioni indipedenti del modello. L’evento accade solo una volta e non si verifica più con le stesse condizioni al contorno. Per questo, sia qualificare che suqalificare la previsione di Giuliani come scientifica o pseudoscientifica è sbagliato.

La politica dovrebbe però basarsi, oltre che sul metodo scientifico (giammai in Italia!), anche su altri principi, come il principio di precauzione. Se la scienza ti dice che ogni dieci previsioni di terremoto una si avvera, è sensato prendere precauzioni (magari non integrali) in tutte e dieci le occasioni. Mi sembra invece che da noi regni un certo fatalismo e sindrome del giorno dopo, o del senno di poi. Dell’articolo linkato da Leonardo, non mi sorprende tanto la notizia del falso allarme, quanto che

…lo sciame sismico che da metà febbraio ha trasformato questo angolo d’Abruzzo in una pista di rock and roll, con oltre 30 scosse di magnitudo superiori ai 2 gradi, scuole chiuse, malori, tetti pericolanti e gente sull’orlo di una crisi di nervi

Si intuisce che le cose sarebbero venute giù da un momento all’altro, bastava una scrollata un po’ più vigorosa. Capire il pericolo vuol dire rendersi conto che ci sono zone edificate male, pericolanti, sull’orlo del rasoio, sempre. Come lo sono la Turchia, la Grecia e gli altri paesi al nostro livello di sviluppo sociale ed economico. Prendere coscienza di questo fatto è doloroso. Ora è stato l’Abruzzo, ma provate a immaginare cosa potrebbe succedere, non per portare sfiga, in Calabria. Certo, mobilitare l’intera popolazione è eccessivo (secondo i detrattori di Giuliani parrebbe l’unico provvedimento fattibile a fronte di una "predizione"), ma ci sono molte altre misure che si possono prendere per minimizzare i danni. Allestire campi, fare controlli sulla condizione delle strutture, preparare un piano di evacuazione, istituire un osservatorio speciale, un segnale d’allarme etc. Quando Giuliani ha lanciato il suo allarme

è stato il panico: gente in strada con i materassi, parroci che hanno svuotato le chiese, famiglie radunate nelle palestre. Poi è passata la domenica. E pure il lunedì. La terra ha tremato ancora. Ma piccole scosse. Niente al confronto del «terremoto che non c’è».

update. Su Keplero leggo che

E una previsione è una previsione solo se è basata su un meccanismo compreso, spiegabile e riproducibile. Altrimenti, dovremmo chiedere scusa anche a quelli che ogni tanto azzeccano un oroscopo. 

A parte il fatto che il meccanismo per cui il radon si diffonde in precedenza di un terremoto è compreso e spiegabile, mi concentro sul riproducibile. Cosa vuol dire riproducibile per un evento raro? Non potrai mai riprodurre le stesse condizioni iniziali, non potrai mai avere una copia del sistema. Devi affidarti ad una certa fenomenologia più o meno accurata, che deve essere studiata sul campo. Oppure simulare con modelli ultrasemplificati di trasporto, frattura, conduzione etc. Un casino; non so in Giappone, ma dubito che in Italia la ricerca sia esauriente in materia.

Questo non vuol dire che l’orospoco sia affidabile, visto che non abbiamo un pregiudizio razionale sul fenemeno. Infatti solo i frequentisti riterranno che la probabilità di un evento sia numero di casi favorevol su numero di casi contrari. I bayesiani come me partono da una probabilità a priori, ragionevole, e la migliorano con l’esperienza. Nessuno ha mai tirato il dado milioni di volte per controllarne la frequenza, semplicemente diamo per scontato che per motivi razionali di simmetria la probabilità sia 1/6. Un oroscopo parte improbabile e peggiora in continuazione. Un evento raro con una spiegazione ragionevole che si verifica una volta su una, per quanto troppo poco, rende comunque più probabile l’ipotesi. E’ un fatto probabilistico, non ideologico.

Ci tengo a sottolineare che io sono un pedante sul metodo scientifico, ci tengo tantissimo; ma non si può parlare di metodo scientifico per le scienze complesse, non secondo il paradigma popperiano. Il fatto che larga parte della comunità scientifica dei fisici teorici (la créme) persegua un’idea palesemente antiscientifica come la teoria delle stringhe mi pare che dica tutto sull’affidabilità del sistema direzionale della ricerca scientifica.

April 4, 2009

piano con le case

Non sono un analista politico o economico, ma sono abbastanza convinto che si possa avere una percezione della bontà delle misure economiche con cui l’Italia intende affrontare la crisi basandosi puramente su una rozza applicazione delle leggi di conservazione, che poi sono le leggi della buona massaia che sa che ogni soldo speso deve essere guadagnato e che nessuno ti regala nulla. La saggezza popolare. Mi ero stupito una volta di sentire che in America venivano organizzati corsi in cui si insegnava alle giovani shoppers ad utilizzare la carta di credito cercando di ricordare che questa attinge da un conto in una banca rifocillato dalle ore di lavoro dei genitori, per evitare la tendenza comune a spendere più di quello che si ha. E’ esattamente l’insegnamento che la nostra società, intesa come unico organismo "intelligente" (anche se molto poco intelligente) dovrebbe impartirsi: i soldi non crescono sugli alberi, tanto entra e tanto esce.

Certo, il denaro e il valore delle cose non è un fluido incomprimibile, ci sono i tassi, i valori d’uso, la domanda-offerta etc. ma lo sono sicuramente i beni fondamentali stessi come le risorse minerarie, i prodotti di sussistenza (alimenti, vestiario), l’energia, l’acqua, lo spazio ed il tempo. Indipendentemente dal loro valore commerciale. Poi vengono i prodotti lavorati, i brevetti, e i servizi e i prodotti dell’intelligenza. Sono le sole cose che abbiamo e che ci rendono ricchi o poveri, ed il nostro stile di vita è sostenibile se ce n’è per tutti. Se una ci manca e ne abbiamo in eccesso un’altra la commerciamo con gli altri. Purché ci sia qualcosa da commerciare e che ce ne sia per tutti, sia oggi che domani che dopodomani.

L’idea Keynesiana di scavare buche per poi riempirle in modo da rimettere in moto l’economia con la spesa pubblica funzionava solo perché di roba negli Stati Uniti ce n’era, troppa, bisognava soltanto far ripartire la distribuzione che in questo sistema liberal-liberista avviene lungo gli stessi canali del commercio, con grande economia di sovrastrutture e burocrazia, ma forse non nella maniera più giusta e sobria. Il benessere degli USA e di tutto il mondo occidentale si sorreggeva e si è sorretto fino ad ora sullo sfruttamento del resto del mondo, questo è l’assunto di base. Altrimenti avresti potuto far scavare tutti i buchi che volevi e non avresti avuto nulla da far circolare. Oggi lo scenario internazionale dello sfruttamento si sta modificando, la Cina si sta comprando l’Africa pezzo per pezzo e potrebbe benissimo darsi che tutti diventino al contempo sfruttati e sfruttatori. Potrebbe essere un equilibrio. E’ ovvio che l’Italia in questa catena alimentare sarebbe in fondo.

Per uscire dalla crisi logica conclusione è che si deve ottimizzare i consumi interni costruendo un sistema che premi il risparmio e non la spesa, sganciare il sistema di retribuzione dal sistema della circolazione delle merci, e per coprire tutte le cose per le quali non siamo autosufficienti investire in prodotti dell’intelligenza che consentano il risparmio di tempo, acqua, energia, materie prime.

Finora, con plauso della Confindustria, l’Italia si è mossa soltanto in una direzione, quella storica del "miracolo italiano": rilanciare la spesa interna attraverso l’auto e l’edilizia. Con gli ennesimi aiuti di Stato alla FIAT, un’azienda che in un libero mercato competitivo ci avrebbe lasciato parecchi anni or sono, e con il piano per la restrutturazione delle villette a schiera. Ma se scambiamo i nostri soldi tra di noi per edificare invece che per produrre beni fondamentali per la sussistenza e prodotti commerciabili (magari preservando per quanto possibile l’ambiente), se già ne avevamo pochi di soldi, non è che poi finiscono e siamo definitivamente a terra?

Dov’è che sbaglio? Perché evidentemente sbaglio, visto che il piano casa ha ricevuto il placet di tutti.

March 12, 2009

sindacalto

Devo procrastinare nuovamente l’ultimo (si spera) post sulle mie speculazioni matematiche a questo weekend e nel frattempo dare il giusto rilievo alla notizia del giorno, che non è il ritorno di Fiorello in televisione e neppure la vittoria al fantacalcio di chi ha puntato su Inzaghi, ma è

la vittoria del Sindacato degli Studenti

alle elezioni universitarie patavine. Notizie più accurate si potranno leggere nelle prossime ore qui e qui.

Come potrete notare dalla grafica del secondo blog, c’è un filo rosso, anzi un link rosso, che mi unisce a questo mondo, per non chiamarla spregiativamente "lista", perché una lista soltanto non è. Nel periodo di massima fertilità intellettuale, agonistica e sessuale ho passato le giornate e le serate in ASU e in Pollaio e in Consiglio di Facoltà e in Consiglio di Studenti e in enoteca e al computer al servizio di un imprecisato ideale di studente e soprattutto della mia stessa volontà di partecipazione. La mia generazione è passata di un paio di generazioni ma con un po’ di nostalgia stasera sono a festeggiare con i giovani che hanno fatto il miracolo.

Si tratta di un trionfo più simbolico che di fatto, lo dico senza voler sminuire la portata. La rappresentanza è faticosa e a volte nient’affatto gratificante. Non partirà qua la rivoluzione, ma partono da queste esperienze piccole rivoluzioni personali che aiutano a vedere il mondo con occhi diversi e a sentirsi parte attiva dello spento processo democratico, nel tentativo di far ripartire un minimo di partecipazione in questo paese stanco e assuefatto ai poteri.

Potere incarnato nelle strutture di partito, che si presentano alle elezioni con una macchina organizzativa appoggiata dall’alto e con buona disponibilità economica, anche a quelle universitarie, buon trampolino di lancio per i dirigenti del futuro. Potere delle lobby, una su tutte quella vaticana che evade dai suoi confini statali, prende il lancio nelle università e nelle scuole private e nei collegi (e non nelle parrocchie, perché la chiesa non ha bisogno della legittimazione della sua base naturale) infiltrandosi in ogni ganglio del potere e della burocrazia. E anche qui i nomi non servono.

Il Sindacato degli Studenti è una lista indipendente, di sinistra. Come dice Benigni: avete presente quella parola che dici quando chiedi "dov’è il bagno?", "In fonto a …". Sinistra. Non aiuterà i propri rappresentanti a fare carriera politica, a trovare un posto nell’amministrazione degli enti per il diritto allo studio, a trovarsi un lavoro estivo negli alberghi del litorale, non aiuterà a superare gli esami o a entrare in specialità a medicina. Ma li aiuterà a diventare cittadini.

March 10, 2009

decostruire una serra

Michele Serra, articolo sullo slogan "sinistra del no" che squalifica ogni presa di posizione dell’opposizione facendola apparire come un peso morto in confronto ad un governo propositivo e industrioso. E con cui si riesce sempre ad evitare di entrare nel merito: testamento biologico? Deregulation edilizia? Referendum stralciato dall’election day?

Bene, sono d’accordo. Il campione del buonsenso moralista, elettore medio del centro-centro-…-sinistra si e’ reso conto quanto e’ fastidioso sentirsi dire "voi siete quelli del no" e sapere che le proprie buone proposte, quelle su cui si vorrebbero spendere tutti i propri "si", non verranno mai prese in considerazione. Adesso che il mirino si e’ spostato un po’ piu’ al centro perche’ a sinistra sono finiti i bersagli, nella pressa mediatica ci sono loro, la nuova "sinistra antagonista".

Allora mi piacerebbe dirgli che anche noi dell’ultrasinistra antagonista, fronte del no ad oltranza, massimalisti integralisti che dicevano no al rifinanziamento della missione dell’Afghanistan, no ai termovalorizzatori, no alle ingerenze vaticane etc. avevamo anche tanti si da elargire: si ai PACS, si ad una riforma in senso ecologico del nostro piccolo capitalismo etc. e non mi pare che nessuno si sia preso la briga di ascoltarci. Ma in quel caso, bastava leggere il programma steso insieme.

March 3, 2009

riscatto

Vi riferisco di una notiziola che non ha avuto alcun rilievo di stampa, rilevata per tempo soltanto da Il Sole 24 Ore e che sono riuscito a reperire in pochi altri posti (nascosta qui e qui) ma che ha fatto rizzare i capelli in testa ai miei famigliari. Nella riforma Brunetta del pubblico impiego è previsto

l’innalzamento di fatto del tetto di anzianità pensionistico a 40 anni in quanto viene calcolato sulla base del servizio effettivo e non contributivo (riscatto laurea a o servizio militare).

La norma è stata estesa per un ementamento del PD a tutti i dipendenti pubblici, forse nella foga di gareggiare a chi ha più in antipatia la categoria, a partire da una prima bozza di Brunetta che prevedeva il prolungamento delle carriere dei soli medici, a quanto ho capito (ma la cosa è confusa) per impedire pensionamenti forzati di questi "nel pieno delle proprie funzioni" (e faccio notare che solo in una gerontocrazia come la nostra si può pensare che un chirurgo di 60 anni abbia appena raggiunto il pieno delle sue capacità professionali, d’altra parte i nostri medici cominciano a mettere le mani seriamente su un paziente dopo aver alzato gli occhi dai libri in età avanzatissima). La norma è stata salutata come un successo dalle associazioni di categoria dei medici, ma non credo che altrettanto valga per gli altri dipendenti pubblici. Preciso che non ho la sicurezza di aver interpretato bene quanto ho letto in giro, e che non ho la pazienza di leggere ed interpretare la legge.

Chi aveva riscattato la laurea ed un dottorato di ricerca, pagando in maniera molto ridotta rispetto alla contribuzione piena ma pur sempre decurtano una cospicua sommetta dai primi stipendi necessari per costruire una vita con la famiglia, ha gettato i suoi soldi. E’ vero che costoro avranno così la possibilità di lavorare fino ad età avanzata mantenendo un livello salariale più alto rispetto alla misera pensione, ma ci sono persone che non vedono l’ora di poter appendere le scarpe al chiodo e che questa scelta l’avevano fatta oculatamente anni fa, investendo denaro non tanto per poter percepire una pensione moderatamente più alta, ma per non dover lavorare in eterno. Mi sorprende che non se ne sia parlato di più, perché la gente coinvolta dovrebbe essere tanta (tra questi, tutti i professori universitari: ricambio addio).

Da un lato mi chiedo quando una persona matura dei diritti. Una persona comincia a lavorare e fa certe scelte di vita in base alle prospettive future. Queste prospettive vengono continuamente modificate (tre riforme delle pensioni) in base a leggi posteriori che hanno ricadute su scelte pregresse.

Dall’altro mi rendo anche conto che stiamo qui discutendo diritti che oggi non sono all’ordine del giorno, miraggi per una persona che comincia a lavorare adesso. Potersi porre un problema del genere è un lusso, dispiace dirlo. Avere un lavoro difeso da un sindacato significa essere dei privilegiati. Scioperare, oggi, è una violenza che una categoria fa al resto della società che non può scioperare, o i cui scioperi producono solo disagi per loro stessi. Nel mare sconfinato dell’ingiustizia sociale che si consuma oggi, queste piccole questioni di principio sono riuioni di condiminio in atolli polinesiani.

February 24, 2009

about baricco

Consiglio la lettura su Repubblica oggi dell’articolo di Baricco, che invoca un dirottamento dei fondi pubblici dalle sedi privilegiate e ricercate dell’avan-retro-guardia culturale (teatri, opere etc.) verso spazi ove la cultura può essere fruita in maniera più pervasiva ed educativa: la scuola e la televisione. Io non amo Baricco come scrittore ma apprezzo - e non condivido - le sue tesi critiche, espresse sempre con chiarezza.

Il pezzo mi divide a pezzi. Sono consulente scientifico per una manifestazione culturale che si sorregge in larga parte sul finanziamento privato (piccoli commercianti e grandi imprese) e dalla vendita dei biglietti, e che per prima in Italia ha avuto il coraggio di porre un biglietto su questo genere di proposta (incontri letterari). Ho sempre pensato che la cultura non possa essere totalmente gratuita, perché gli uomini di cultura e artisti non devono diventare dei saltinbanco costantemente in tour autopromozionale. D’altra parte questo genere di iniziative necessitano sempre di finanziamento pubblico, è utopistico pensare che si possano sorreggere da sole. Per questo apprezzo particolarmente questa frase:

Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l’ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l’autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati.

C’è però da dire che il livello culturale di questa manifestazione non è mai stato di livello eccelso, proprio perché se ne sta sul mercato, in equilibrio tra proposta intelligente e ultime mode. A volte mi sono chiesto che senso avesse proporre idee predigerite ad una massa di persone più desiderose di toccare lo scrittore di fama che non altro. D’altra parte ho fatto anche parte di un’associazione culturale che difficilmente avrebbe potuto sostenersi in un regime di libero mercato, e le cui iniziative e servizi dedicate ad una fascia di (spesso privilegiati) senza reddito, quella studentesca,  sono necessarie e necessariamente gratuite. D’altra d’altra parte, sono stato a suonare a settembre [qui] per una ristrettissima elìte di artistoidi autoreferenziali che si organizzavano il loro festival, e mi sono chiesto che senso avesse finanziare una simile manifestazione. D’altra d’altra d’altra parte, ho fatto parte per breve tempo di una di queste piccole elìte, quella dei "compositori contemporanei", e mi sono sentito membro di una specie rara di eletti, veri e unici conoscitori della Verità Musicale, in via di estinzione e meritevoli di salvaguardia. D’altra d’altra d’altra d’altra parte ho in odio il baraccone inutile e costoso dell’opera, questa cultura della restaurazione inutile e anzi dannosa per il progresso dell’arte in Italia che risucchia la maggior parte dei finanziamenti pubblici.

Non riesco quindi a trarre nessuna utile conseguenza dalla provocazione di Baricco, solo pensieri contrastanti. Però. Però… Sono convinto di un paio di cose. Primo.

Che senso ha salvare l’Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi?

Non è certo l’eccesso di insegnamento scientifico il male culturale di questo paese, anzi, è vero il viceversa. Forse gli è sfuggita, ma io leggo questa frase quasi come una dichiarazione di guerra all’"altra cultura", quella minoritaria. Credo che Verdi (soprattutto Verdi) possa passare, che si possa apprezzare l’Opera senza bisogno di sapere chi è l’autore (alla fine è musica con una storia attaccata, bisogna saper apprezzare la musica e la storia senza sapere che musica è, altrimenti siamo degli intellettuali senz’anima!), e che si debba sapere più di scienza. Incluso, tra le altre, quel meraviglioso costrutto logico-scientifico che è l’armonia tonale.

Credo che in questo si debba vedere la differenza tra culture. Non tra umanistico e scientifico, ma tra contenuto e funzione, storia e filosofia, letteratura e grammatica, tabelline e logica, storia della musica e armonia. Imparare e capire. Di questo non parla nessuno, è un mio chiodo fisso. Vorrei che uno uscisse da una scuola senza sapere chi è Leopardi, ma avendo ben chiaro in testa che se A implica B allora (non B) implica (non A), e che se io avessi, allora avrei. Se non si impara questo, non si può leggere un giornale, non si può parlare italiano, e chi non parla non pensa: è inutile farsi una cultura.

Secondo, io non vorrei mai, mai e poi mai che questo governo disponesse di più soldi da riversare in propaganda e disinformazione, togliendolo miratamente alle iniziative culturali a loro sgradite (li togliessero all’opera e alla fiction all’italiana!). Inoltre, la gente non vorrebbe un programma di libri in prima serata. Bisognerebbe imporlo, con una volontà moralizzante ed educatrice dello Stato. Io sono d’accordo, Baricco forse no, purché ancora una volta non sia questo governo a doversi occupare della cosa. La sola parola d’ordine in questo momento è resistere.

February 7, 2009

santa subito!

Bagnasco su l’Avvenire stamane, sudbolamente rovescia il significato delle parole:

"Eluana ha iniziato il suo cammino forzato verso la morte".

Cosa vuol dire forzato? Da appassionato di teoria dei sistemi complessi, userei la parola "forzato" riferendomi ad un sistema che versa in uno stato di non-equilibrio, più o meno stabile, mantenuto stazionario da forzanti esterne. I sistemi forzati hanno una dinamica frustrata imposta dall’esterno, che gli impedisce di tendere all’equilibrio. Dove l’equilibrio, lo stato di massima entropia, in questo caso, è la morte e la decomposizione: l’unico stato in cui il sistema si porterebbe spontaneamente. Di forzata c’è solo l’alimentazione.

Decomposizione che peraltro sta già avvenendo, in senso letterale di de-composizione, destrutturalizzazione. Il corpo di Eluana non è oggi quello che era nella foto radiosa incastonata nell’immaginario collettivo. L’anestesista che l’ha presa in carico è rimasto shockato (come si scrive?) vedendola come è oggi (ma solo l’Avvenire sa esattamente cosa prova il dottore e che lui stesso non sa), anche lui truffato dalla montatura mediatica. E lui è un medico. Forse se un po’ di integralisti cattolici l’avessero vista avrebbero abbandonato in fretta il presidio davanti alla clinica di Udine. Forse se Silvio Berlusconi l’avesse vista avrebbe decomposto i suoi pensieri e avrebbe evitato di dire una volgarità così abnorme. Che ha fatto scaturire in tutti la domanda altrettanto cinica che pochi hanno l’impudicizia di esprimere: ci penserà lui a renderla interessante?

Ci vorrebbe ora un bel caso di clandestino attaccato alle macchine nello stesso stato comatoso irreversibile di Eluana, senza speranza e anche senza nome, senza documenti, magari pure brutto in vita come in morte. Con il respiratore, il sondino e le manette. E che succhia migliaia di euro dalle casse dello stato. Veramente vorrei vedere le facce dei leghisti a confronto con un caso del genere.

Uno degli aspetti più irritanti della vicenda è l’attacco personale a Beppino Englaro. Il quale se avesse voluto avrebbe potuto spegnere sua figlia dieci anni fa nel silenzio, come succede quotidianamente in tutti gli ospedali d’Italia. Invece ha iniziato una battaglia civile per dare un senso alla propria vita e a quella della figlia, per fare le cose come si deve, alla luce del sole. Ora provano in tutti i modi (ancora l’Avvenire stamattina) a metterne in dubbio l’integrità, insinuando che la vita della figlia e la sua volontà sono state travisate. Le suore che dicono: "Datela a noi", come dire, se lui non la vuole più, noi siamo più buone. Ma il simulacro di Eluana Englaro non è a disposizione di chi vuole. E’ di suo padre. Punto. Potrebbe anche non aver mai detto esplicitamente di voler morire in una condizione simile, ma non importa: suo padre è l’interprete dei pensieri della figlia, è lui il depositario della sua tragedia. Questo principio non si discute, altrimenti altroché famiglia: soltanto dio e patria.

Invece la Chiesa sta facendo di Eluana un simbolo della cristianità in questa battaglia che non può permettersi di perdere, perché ormai ha assunto enorme valore simbolico. E se Eluana morirà, ci potrei scommettere che inizierà la procedura di canonizzazione, beatificazione, santificazione. Santa Eluana martire di suo padre e del razionalismo illuminista. Siccome non possono mantenerla in vita, tanto meglio farla passare nei propri ranghi in morte. Allora tanto vale cominciare subito: lancio io stesso la campagna

Eluana santa subito! 

Vedrete che non sarà difficile trovare tre miracoli. Una palpitazione, un singhiozzo, un riflesso appena prima di morire (sempre l’Avvenire riporta una tosse "che squassa le prime coscienze", le ultime anime dannate si vedrà). Una vecchietta che l’ha vista apparire (ma sempre giovane e bella, con i boccoli e il sorriso, altrimenti più che un’apparizione è un trip lisergico andato male). Un risveglio dal coma stimolato dal sussurro del nome "Eluana".

E scusate il cinismo, ma è abbastanza inevitabile quando ci si scontra con gente ipocrita. Quando Ferrara voleva portarle l’acqua, ho pensato: bravo, stacchiamole il sondino e poi prova tu a darle da bere con la bottiglietta, così forse ti accorgi che quello non è un organismo vivente. Chi è più cinico tra i due?

Update:  il Commento sulle parole di Berlusconi è questo.

odore di fascio

Quello che sta succedendo in questi giorni segna a mio avviso uno dei punti più bassi, vergognosi e pericolosi della storia repubblicana italiana. A partire dall’obbligo alla delazione per i medici, che a mio avviso è destinato a cadere alla Camera, ma solo perché le associazioni cattoliche sono contrarie; in ogni caso, un provvedimento non solo ingiusto, ma anche pericoloso, per clandestini e italioti, per ovvie ragioni sanitarie. Proseguendo con i contenuti razzisti e discriminatori contenuti nel pacchetto sicurezza ad opera degli ottusi bifolchi leghisti. Ivi compreso l’obbligo per provider di filtraggio dei contenuti internet, antipasto ad una legge di marca SIAE-MinCul ben più limitante, di prossima elaborazione. La riforma della giustizia. E soprattutto la vicenda Englaro in tutti i suoi aspetti di scontro civile: la volgarità di Berlusconi, l’avanzata clericale (se siete abbastanza masochisti leggetevi l’Avvenire on-line stamattina…), gli attacchi spregiudicati personali a Beppino Englaro, eroe civile, e infine lo scontro istituzionale senza precedenti, con la minacciata modifica della Costituzione. L’intoccabile Vaticano che critica apertamente Napolitano. E un’opinione pubblica annegata nella televisione, che si esprime ormai solo su internet, i sondaggi sempre stabili sul gradimento stellare del Cav. (spero che un po’ sia sceso, almeno una palpitazione). Ho avuto questa percezione vedendo la sconfortante la rubrica "La Corriera della Sera" dell’altrimenti pessimo programma di Piroso NDP, in cui il giornalista sale sulla corriera e chiede ai presenti cosa si ricordano a sentir nominare "Englaro"," "Cesare Battisti", "giorno della memoria", ma incontra il buio pesto, e poi chiede che taglia porta la tizia del GF, dove gioca Beckham e riceve risposte appassionate.

Tornando alle vicende di questi giorni, Antonio di Pietro è indagato per vilipendio per aver (rozzamente) osato criticare il modo di operare del presidente della repubblica, malauguratamente accostando il suo silenzio all’omertà mafiosa (ma sono convinto che non lo  abbia fatto coscientemente, il che non è un’attenuante, ma un’aggravante casomai). In ogni caso il vilipendio impallidisce, nel momento in cui il sovversivo più spregiudicato presiede il Consiglio dei Ministri. Berlusconi ha sfidato il Presidente della Repubblica apertamente, minacciando di portare la gente in piazza. Questa è apologia di fascismo, un reato che persegue chiunque

"pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche".

Nel quadro di realizzazione puntuale del progetto P2ista, questa deriva supera ciò che lo stesso Gelli avrebbe immaginato, e forse desiderato. La loggia P2 aveva infatti come finalità il mantenimento dell’ordine para-democratico democristiano contro il pericolo comunista, non il suo sovvertimento. Suona pazzesco che proprio l’ex-promesso-gerarca si trovi ora a difendere l’istituzione democratica a fianco del vetero-comunista, e senza ipocrisia (faccio outing: in Fini I believe).

Ho sempre pensato che la democrazia americana fosse una finta democrazia, con una costituzione melliflua e rattoppata, con tassi di populismo allarmanti, nessuna coscienza politica, storia, ideologia etc. Addirittura una dittatura morbida basata su un controllo sociale silenzioso, sull’ignoranza, la mistificazione, la manipolazione dell’informazione. Non che fossi fiero della corrotta gerontocrazia italiana, ma almeno io so cosa e perché voto. Ora ci ritroviamo a ruoli invertiti: noi abbiamo un problema democratico, e loro si rialzano dopo il tonfo. Loro ci hanno superato a sinistra. Pensavamo di aver raggiunto il fondo anche noi, ma evidentemente c’è ancora molto da scavare.

L’unica consolazione è che, se anche sta sparendo l’opinione pubblica, eppure quella che c’è è ancora in grado di difendere coi denti la Costituzione, che rimane un tabù per Berlusconi almeno finché quel pirla del "principale esponente dell’opposizione" non ha la bella pensata di scendere a patti. Sarà la Costituzione, per quanto antiquata, la prima pietra per la ricostruzione, dopo.

January 30, 2009

francescani

Quando sento Franceschini mi sembra di tornare alle elemetari. "Scrivi un pensierino sulla legge elettorale" gli hanno detto, e lui si è messo al lavoro e si è espresso. La legge elettorale serve per completare la transizione al bipolarismo in Italia. Wow, Franceschini. Quale bipolarismo?

Vuoi dire quella transizione imposta da un’altra legge elettorale vergogna?, con la quale i tanti votanti a sinistra sono stati ricattati e dispersi, dopo che avevano digerito rassegnatamente l’umiliazione di non poter pretendere nulla di sinistra dal governo Prodi, dopo aver visto cadere quel governo per colpa non certo di lussuose questioni di principio dei loro parlamentari e ministri, ma per le meschine sudditanze dei centristi che ora il PD corteggia, e soprattutto dopo aver subito l’infamia di essere additati come responsabili con un’operazione chirurgica che ha lasciato senza parole. Quando sento dire da amici e parenti "non si fa un governo con i ministri che scendono in piazza" mi vien voglia di consumarmi le unghie su una lavagna. In quei mesi Veltroni e Berlusconi si stavano già annusando, Berlusconi faceva shopping al Senato, Mastella Dini Bordon etc. ricattavano quotidianamente Prodi che aveva le ore contate. Turigliatto e Rossi erano già stati espulsi dai rispettivi partiti per aver votato contro il rifinanziamento di una missione militare che a detta del capogruppo dei DS al Senato, Finocchiaro, non sarebbe mai stata rifinanziata dopo il primo anno. Non c’è da stupirsi se poi il fegato del vecchio prode abbia continuato a produrre bile a vagonate stimolata dal ricordo dei suoi "compagni" e del benservito ricevuto. Ed ora che ci ritroviamo la P2 al governo con margini di potere mai visti ed i fascisti che marciano su Roma (e nonostante il plebiscito personale contrario, Rutelli ancora in politica, a presidiare la commissione che indaga sulle indagini che lo coinvolgono…) loro sono lì convinti che quella sia stata la mossa giusta, mentre l’unico uomo credibile del centrosinistra italiano, uno che sta riprendersi la regione che ha amministrato bene dopo aver mandato a casa a calci in culo i palazzinari del suo stesso partito, spiega che non si va da nessuna parte senza un’alleanza di centro-sinistra. Con il centro E con la sinistra.

Ci vuole una calma francescana per reggere la mediocrità delle opinioni di Franceschini.

Quale bipolarismo? E lui: quello verso cui gli elettori si stanno indirizzando. 

Cosa? Gli elettori vi hanno BOCCIATO, non si vedeva un terzo partito come quello di Di Pietro crescere così velocemente dai tempi d’oro della Lega, ed il PD sta tornando alle cifre dei DS. Non sono gli elettori che si indirizzano lì, siete voi e la maggioranza di governo che volete indirizzarli lì.

Per un uomo moderatamente di sinistra, disposto anche a votare verso il centro ma non allineato, la cosa che più fa imbestialire in una dichiarazione come quella sopra è la sfrontatezza con cui candidamente i dirigenti del PD ammettono che lo sbarramento al 4% serve a loro, per il loro progetto politico in disfacimento. Almeno si appellassero a principi vagamente istituzionali e democratici. Non so, la governabilità (in Europa?!). Invece il discorso è alla luce del giorno: visto che non riescono a fare un partito preponderante liberal, lo impongono. Hanno perso la sfida, hanno un’emorraggia di elettori in tutte le direzioni possibili, questo progetto monopartitico fa acqua da tutte le parti. L’entusiasmo iniziale delle primarie era costruito a tavolino, fasullo nel momento in cui si è capito che le primarie sono farlocche, blindate, non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto locale.

Se l’esclusione e la vampirizzazione dei propri possibili alleati è l’unico metodo per mantenere in vita il progetto e per lanciarlo verso un futuro che anch’io mi auguro più roseo, beh allora che vadano a quel paese. Io tornerò a prendere in considerazione il PD, e quindi la mia adesione al sistema-Italia, solo se un uomo come Soru sostituirà Veltroni.

Non so ancora chi voterò alle europee. Se voto Di Pietro il mio voto conta 1, se voto a sinistra il mio voto probabilmente vale 0. E questa è una insopportabile violazione del principio democratico. E’ una democrazia un sistema in cui il 3.9% dei voti vengono buttati nel cesso, ancorché non a priori ma a posteriori? A me pare una discriminazione a sfondo politico:

io non ho diritto di voto per le mie idee politiche

E non veniteci a dire che in Europa si fa così. Non sappiamo più ragionare con la nostra testa? Ricordo che la varietà del nostro panorama politico è una ricchezza, vuol dire che la politica ci interessa e ci appassion(erebbe), sin da quando abbiamo fatto la resistenza. E che essere di sinistra era motivo di orgoglio, sintomo di indipendenza di pensiero e di ribellione al sistema di valori "atlantico". Non vorremo ridurci come gli Stati Uniti, i cui cittadini hanno una coscienza politica inesistente? Attenzione, perché rischiamo che gli States ci superino a sinistra. Una cosa che alcuni anni fa ritenevo impossibile: per me destra e sinistra americane erano sempre di estrema destra rispetto allo spettro italiano. Ora non è più così.

Dicevo, non so chi voterò. So chi non voterò.

January 25, 2009

Di arbitri, insegnanti e giudici

L’ineffabile Oliviero Beha stasera faceva il punto sulla giornata di campionato e come di suo consueto vagheggiava di poteri, riforme, scandali con tanto piglio critico e un qualunquismo amorale così "controcorrente" da dare l’impressione di essere rientrato pienamente nei ranghi del conformismo di più bassa lega - lo stesso virus che trasformò molti "compagni" in perfetti forzisti. D’altra parte egli è dalla parte del consumatore, e la pensa come lui. Insomma, dietro le parole che sa usare davvero bene, si celava la più banale delle chiacchiere da bar, fatta di prosecco, pagelle della gazza, pagina dei morti ed una scorsa ai titoli del quotidiano nazionale. E lui, il re del bancone. Fiumicino in sciopero. La Roma stenta. L’editoriale è fatto: Decolli e tracolli del centralismo italiano.

Nella fattispecie si parlava dell’ "emergenza arbitri" (adottiamo un lessico congruo), che in qualche modo aveva a che vedere con la "questione giustizia sportiva", che sarebbe da riformare come suggerisce il persistente coniglio, e quindi si tracciava un arco (costituzionale?) che andava dagli arbitri alle toghe rosse in meno di dieci secondi. E allora mi è venuto in mente: perché non andare anche oltre? Tirimoceli fuori dalle scarpe questi sassetti. Anzi, tiriamo scarpe coi tacchetti! Insegnanti, non vi sopportiamo più! I nostri figli non si giudicano. Medici ospedalieri, beh un attimo di aver salva la vita… non vi sopportiamo più! I nostri pazienti si curano come diciamo noi. Autovelox, beh un attimo di aver salvo il portafoglio…. amen.

Questa società desocializzata, non abituata al confronto con gli altri, alla convivenza e le sue regole, a ragionare in terza persona sul perché queste regole ci devono essere, non sopporta più chi le regole le fa rispettare. Non vogliamo più riconoscere l’autorità dei giudici. Gli insegnanti fanno ricevimento non più per spiegare le proprie critiche al metodo di studio e comportamento in classe degli allievi, con il genitore rispettosamente contrito in attesa di tornare a casa a suonargliene due a quello là, ma per ricevere le prediche dei genitori, che non vogliono che il loro figliolo venga ripreso o che gli vengano dati troppi compiti, che c’ha l’allenamento i calcio. Perché non conta l’istruzione che la scuola dà, il giudizio come motivazione e confronto, la valutazione del merito per quando si esce. Serve solo la gratificazione sociale immediata di avere un figlio coi voti alti a scuola, tanto poi basta essere un po’ furbi per farsi largo (questo è il "merito" alla Gelmini).

I giudici, beh sono i giudici. Tutti i politici ce l’hanno con loro, quindi qualche cosa di male avranno fatto. La riforma della giustizia? Necessaria. Lo sanno tutti: carceri sovraffollate di extracomunitari e tossicodipendenti, procedimenti infiniti che cadono in prescrizione, pene squilibrate, investitori drogati che escono dopo due giorni, pericolosi assassini malati di mente che si fanno solo 6 anni prima di avere i permessi d’uscita (un caso denunciato a gran voce da Piroso nella umiliante trasmissione NDP di La7)… E quindi…. maledetti quei giudici che li hanno fatti uscire. In virtù di quali leggi? Boh. E intanto gli italiani si bevono che questo o l’altro o l’altro ancora governo vogliano fare una riforma per risolvere questi (reali) problemi, mentre stanno cercando di risolvere i loro. Mettere mano per davvero alla giustizia, e quindi anche ai codici e non solo alle procedure, vuol dire mettersi a ragionare sulle regole della convivenza civile. Perché esiste l’ "infermità mentale"? Come la valutiamo? Perché c’è lo sconto di pena per il rito abbreviato? Troppo difficile. Meglio dargli al giudice.

Una caratteristica comune lega tutte queste categorie. Non sono rappresentate a livello mediatico. Non hanno mai voce nel dibattito, anche per clausole professionali. Un dibattito che va avanti a suon di casi particolari su casi particolari, descritti faziosamente nei più cupi dettagli e che trionfano contro oscuri e vetusti principi di cui nessuno capisce più la rilevanza. E le controparti chiamate in causa non sono mai lì a ribattere, caso per caso, alle accuse che gli vengono mosse, se non quando sono chiamati a farlo dai regolamenti. Un amico giudice, all’epoca gip, mi raccontò di aver subito una crocefissione mediatica, che costrinse all’anonimato lui e i suoi figli, per aver tolto un bimbo alla madre e averlo affidato al padre. Ovviamente non poteva spiegare il perché della sua sofferta decisione. Decisione confermata in tutti i gradi di giudizio; la madre fu internata in un ospedale psichiatrico. Ottaviano Del Turco oggi peregrina di trasmissione in trasmissione parlando geroglifico ma lasciando un’impressione di candore, nessuno a fargli da contraltare.

Ovviamente non metto gli arbitri nel novero dei servizi pubblici, tantomeno essenziali. Ma sono anche loro dei piccoli giudici che prendono decisioni "vitali" sugli altri secondo delle regole e delle modalità che non si sono imposti loro. Anche loro odiati in questa società assuefatta al potere e quindi allergica alle regole.

arbitraggio arbitrario

Si sa che m’appassiono di calcio e di tutte le sue strazianti vicessitudini solo quando raramente il Mantova fa capolino alle soglie della zona play-off, la Roma rischia di vincere lo scudetto o il Bologna retrocede. Altrimenti per me il calcio rimane solo un balletto, un fatto puramente estetico, non agonistico. Perché il Mantova langue desolatamente a centroclassifica, senza avere avuto il sussulto atteso dalla berlusconizzazione con l’arrivo di mister Costacurta, per questo mi sento legittimato ad innaffiare d’acido le altrui conversazioni. Quelle accalorate discussioni al bar cui assisto impietrito. Ma anche quelle sui blog. E quelle eterne moviole televisive che ti impediscono di vedere magnifici giocatori dal livello tecnico mai raggiunto che si esibiscono in rovesciate, colpi di tacco, punizioni all’incrocio, passaggi filtranti, aperture ad occhi chiusi, dribbling, parate in volo etc. In quasi ogni squadra ce ne sono (vedere il gol di ieri di Mantovano, che purtroppo non gioca nel Mantova, ma nel Chievo), per questo tifo per (quasi)  tutte, e non me ne frega di (quasi) nessuna.

Ma, diciamocelo, queste prodezze sono marginali in confronto ai falli commessi e subiti, le occasioni dubbie, i gol annullati, i rigori non dati. Che vengono analizzati con i mezzi tecnologici più avanzati, proiezioni stereografiche, ricostruzioni digitali, grafiche tridimensionali. E quei pochi secondi vengono visionati forward and backward decine di volte per stabilire quanto si stacca il braccio dal corpo, quale piede tocca quale coscia e se prima ha sfiorato la palla o meno. Le strategie di gioco delle squadre si sono adeguate alla precisione delle analisi, e pertanto la maggior parte dei gol, quelli non belli, sono dovuti ad un errore nell’applicazione della trappola del fuorigioco, o nella furbizia di un giocatore che finge di scattare e si tiene in gioco, o che non partecipa all’azione traendo in inganno i difensori. Una partita a scacchi insomma. Rovinata, ovviamente, dall’imperizia degli arbitri. Le cui scelte vengono studiate, criticate, vagliate, commentate da loro colleghi negli studi televisivi, comodamente seduti davanti ai monitor. Con una sola certezza. L’arbitraggio peggiora sempre. E’ una legge universale. Perfino al campetto dell’oratorio, per i campionati dei pulcini, i genitori con la bava alla bocca sono pronti a linciare gli avversari e soprattutto gli arbitri, che devono fuggire scortati. Di tutto, per difendere il proprio piccolo campione in erba.

Se torniamo indietro di dieci anni, probabilmente ci renderemmo conto che gli arbitri sbagliavano tanto quanto, che la gente si incazzava tanto quanto, che ognuna è stata la stagione più nera degli arbitri, che era sempre peggio eppure sempre uguale, che bisogna fare qualcosa. Veramente, bisognerebbe fare un esperimento scientifico. Prendere le registrazioni delle partite della stagione 1998/99 e 1988/89 e analizzarle con gli stessi mezzi e la stessa pervicacia. Fatto sta che le tante ovvie soluzioni tecniche che da tutti vengono invocate non sono mai veramente all’ordine del giorno; ogni tanto vengono sperimentate e collaudate, ma non sembrano vicine ad applicazione. Perché togliersi il piacere morboso di criticare un arbitro?

January 17, 2009

gli antisemiti

A parlare di Israele si rischia sempre di pestare La Cacca dicendo qualcosa di anche lontanamente in odore di antisemitismo, come ben messo in luce da Leonardo nei suoi "sofismi su Israele", lucida analisi delle tautologie e delle contorsioni logiche e illogiche che nel dibattito (sempre più ad una voce) sull’arrembante sionismo a Gaza vengono usati dai filoisraeliani non per argomentare, ma per squalificare le tesi altrui. Nei commenti scrivevo

Noto che mentre il resto del mondo è condannato al meticciato, gli ebrei diversamente hanno una genealogia rigida che tende a conservarli nel tempo (ironico che abbiano resistito 2500 anni diffusi per il mondo, ed ora finalmente radunati non riescano demograficamente a resistere a tre generazioni di arabi). Per forza poi quando li si critica, si rischia sempre di apparire antisemiti; perchè loro stessi si identificano come unici discendenti di Sem, e il resto del mondo come i cattivoni discendenti di Cam.

Ma chi sono gli antisemiti? Tolta l’accezione mitologica, "semita" denota un ceppo linguistico, cui appartengono ebrei, fenicio-caldei,… ed arabi, ivi compresi i palestinesi. Chi sono quindi gli antisemiti? Le azioni, non le parole, ci qualificano. Si, è vero che nello statuto di Hamas vi è iscritta l’eliminazione dello Stato di Israele, ma appunto è solo scritta, lì sulla carta, senza nessuna possibilità nè reale tentativo di portarla a compimento (anche se a detta di Furio Colombo lo Stato di Israele non è mai stato così vacillante… ma dove se le sogna certe cose?), e molti suoi esponenti sono disposti a rivedere queste posizioni se la popolazione lo vorrà (consiglio questa bella intervista ad Ayman H. Daraghmeh, parlamentare di Hamas, uno dei pochi ancora in libertà).*

Se sono le azioni a qualificarci, chi è che sta mettendo in atto pratiche e politiche di sterminio, fisico, sociale, culturale, nei confronti di una popolazione di ceppo semitico? Avrei voluto evitare di cadere nell’uso della reductio ad hitlerum, la "tattica dialettica mirante a squalificare un interlocutore comparandolo ad un personaggio malvagio" (da wikipedia, of course), come spesso succede ai filoisraeliani quando comparano per esempio Hamas alle SS ed il loro statuto al Mein Kampf. Perché ricorrere ad una RAH significa annientare la discussione. E quindi ho inizialmente storto il naso leggendo l’articolo di Parolo Barnard

Il tradimento degli intellettuali

quando sono incappato nella parola "neonazismo" in riferimento alla condotta bellica israeliane. Il fatto è che Paolo Barnard, giornalista indipendente odiato dal Sistema e abbandonato dall’Antisistema, come li chiama orwellianamente lui stesso (ha una spinosa questione legale pendente relativa al suo lavoro per Report, per il quale non viene difeso dalla Gabanelli e dagli avvocati RAI), è una delle persone in Italia che ne sa veramente a pacchi di questa guerra, ci ha lavorato personalmente arrivando a dimostrare con interviste ai collaboratori di Clinton che gli accordi di Camp David furono organizzati per distruggere Arafat. La RAH risulta quindi meno indigesta quando viene dalle parole di Aharon Cizling, ministro dell’agricoltura del neonato stato israeliano, da Albert Einstein, dalla risoluzione ONU del ‘82 su Sabra e Chatila, oppure dall’ambasciatore israeliano all’ONU Abba Eban, che nel 1981 disse
Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome

Consiglio quindi la lettura dell’articolo di Barnard, che mutua il titolo da un libro di Edward Said, atto di denuncia agli intellettuali occidentali, veri corresponsabili del genocidio dei palestinesi nel momento in cui ignorano, in malafede o per pochezza, l’enorme massa di documenti anche ufficiali che illustrano come il sionismo sia una della pagine più tristi e macabre della nostra storia, al pari, per non voler sempre parlare di quello, della Santa Inquisizione. Barnard c’ha il dente avvelenato, e li chiama per nome e cognome: Travaglio (che però si è speso poco), Lerner, Eco, … Furio Colombo.

Quest’ultimo in un’apparizione televisiva a ottoemmezzo è riuscito ad esibirsi in alcuni dei più incredibili salti mortali della retorica e della logica che io abbia mai visto. Ha iniziato facendo un discorso in odore di relativismo, il mio pane. Parlava dell’Austria, che potrebbe ancora pretendere Trento e Trieste, degli italiani che sono entrati di forza a Roma alla faccia del Papa. Benissimo, pensavo io che la morale della favola fosse: ognuno è il popolo eletto, ha la sua terra, la sua religione e presume di essere dalla parte della ragione e del diritto, chi è un resistente di qua appare come un terrorista di là, chi è un invasore di qua è un portatore di democrazia di là, la storia solidifica e cementifica tutto e la scrive chi vince. Tra parentesi, io sto dalla parte degli oppressi, che si sono sempre. Invece Colombo voleva dire: noi italiani abbiamo preteso l’Italia, quindi dobbiamo supportare gli Ebrei che pretendono la loro Terra Santa. Ma scusa! E i Palestinesi che pretendono la LORO terra? Ma allora cento e passa anni di relativismo etico e culturale non servono proprio ad un cazzo, neanche a svolgere proprio i pensierini più elementari, non dico addirittura l’empatia, la banalità del male e tutti questi concetti complessi. La cosa che più mi sorprende è che queste persone sono capaci di svolazzare alti, di fare ragionamenti astratti elaborati, analisi politiche, argomentazioni ferree, ma quando poi devono analizzare faccende nelle quali sono in qualche modo coinvolti perdono totalmente il lume della ragione.

ToMaTe dal canto suo si è sentito un extraterrestre fino a quando finalmente le timide posizioni pro-palestinesi non si sono un po’ fatte forza; siamo stati inizialmente annichiliti da un’impressionante operazione di disinformazione mediatica che ha fatto vacillare, dimostrazione che la pressione di massa è un efficace strumento di persuasione anche delle teste più indipendenti o antagoniste. Ora cerchiamo di non guardare i telegiornali, e di seguire l’unico giornalista che parla da dentro la striscia di Gaza, e non comodamente seduto negli uffici messigli a disposizione a Tel Aviv a commentare le veline d’agenzia:

blog di Vittorio Arrigoni

Ah, tra l’altro, ma questi sono quasi solo dettagli (non lo sono, visto che ci hanno costruito tutta la campagna di disinformazione) secondo Paolo Barnard il primo atto di violazione della tregua è stato l’ammazzamento di sei palestinesi, il 4 novembre (cita The Guardian, ma non sono riuscito a trovare il link).

PS. Ieri il Tg2 con un abile accostamento di parole ha dato ad intendere che Hamas ha preso il potere ai danni di Fatah con un colpo di stato militare. Non ho più parole. Non avevo detto che dovevo spegnerla quella maledetta scatola vuota?

* E’ un po’ come la Rivoluzione, che presumo stia nello statuto dei partiti comunisti (ma forse mi sbaglio, Masaccio dammi una mano): questo non gli impedisce certo di sedere in parlamento, fintanto che non vanno effettivamente in piazza a cercare di rovesciare il potere democratico.

 

January 16, 2009

here and there

Raccolgo un po’ di commenti lasciati in giro, mi dispiace disperderli. Perlopiù privi di interesse (come il resto, del resto).

(more…)

January 9, 2009

quando fermarsi?

Non ho opinioni rilevanti per quanto sta succedendo nella striscia di Gaza, ma ho una domanda ed una considerazione.

[storia] Una domanda che mi sono posto spesso, in altre occasioni. Una situazione come quella di Gaza conserva una memoria storica a lungo termine. Ovviamente la semplice analisi, per quanto dettagliata, di quanto sta succedendo ora non può aiutare senza cognizione di quello che è successo prima. Il problema è: quanto prima? Quale di questi confini dovremmo ripristinare? Oppure addirittura bisogna tornare a questi? Ad un certo punto bisogna fare tabula rasa, ripartire da un anno zero prima del quale tutto ciò che è successo si cristallizza in maniera indiscutibile. Altrimenti potremmo esigere ancora l’Istria e la Dalmazia, Gheddaffi o chi per lui potrebbe chiederci risarcimenti pecuniari infiniti per il glorioso periodo coloniale italiano in Libia, o potremmo chiedere che siano ripristinati i confini dell’Impero Romano, oppure della Grecia antica, e che gli Ebrei siano indennizzati per la diaspora. Quanto tempo bisogna andare indietro, quante generazioni? Qual è il criterio? Dobbiamo indennizzare israeliani e palestinesi, l’uno a danno dell’altro perché insieme è utopico, ma esattamente per cosa?

La giustizia ha un tempo finito, i reati cadono in prescrizione. Tutto ciò che è successo prima della prescrizione, per quanto ingiusto, è accettato d’imperio: se anche ti lamenti, non ci sarà nessuno ad aiutarti. Se minacci perché ricordi, sei un terrorissta. Oserei dire che ogni movimento cosidetto terroristico nasce in reazione ad una prevaricazione. Il crimine paga se commesso ai danni di un debole e se si è abbastanza potenti o collusi da riuscire ad allungare i tempi della giustizia. Lo sappiamo benissimo in Italia, dove è pressoché impossibile che un dirigente sia condannato in via definitiva per pene superiori a quelle automaticamente indultate. Lo stesso fa Israele: tira avanti il "processo di pace" per far cadere il processo continuo in prescrizione, e pian piano allarga i confini. Prima o poi gli verranno riconosciuti. Alla fine il più forte vince. E’ che lo abbiamo armato noi.

[amicizia] E’ ormai opinione politica condivisa che noi siamo amici di Israele. Il nostro presidente della camera erede della tradizione politica che li ha perseguitati omaggia periodicamente della sua visita i leader israeliani, gli editorialisti sui giornali hanno deciso per chi parteggiare fin dall’inizio dell’azione militare e scrivono fiumi di analisi dalle loro redazioni romane, e i politici davanti alle telecamere accalappiati per via del Corso si comportano di conseguenza, telecamere di ritorno da non più in là di piazza Navona per il servizio sulla befana o da via Condotti per quello sui saldi. Anch’io sono amico degli ebrei, a pelle molto più di quanto non lo sia dei palestinesi. Mi sento molto più vicino alla loro cultura, alla complessità della loro storia, alle loro tradizioni, e pur essendo ateo sono affascinato dalla loro religione. Invece non sono molto attirato dall’islam. E allora? Chissenefrega. Che cosa vuol dire essere amici, se non saper far notare ai propri amici quando sbagliano?

December 21, 2008

manifestalo

Della manovra del Manifesto per l’autofinanziamento condivido lo scopo, ma non il modo. Non so come sia andata la campagna, ma temo non come avrebbero desiderato. 50 euro sono veramente troppi per poche pagine, soprattutto di questi tempi, e secondo me non intercetta tutti quelli che avrebbero voluto contribuire. Con 30 euro forse avrebbero ottimizzato l’introito, ma avranno fatto i loro conti.
Quello che trovo più fastidioso è l’autoreferenzialità delle campagne. Questo incedere sulla libertà, l’"independence day", il bene comune da salvare: lasciate che ve lo diciamo noi, non scrivetelo a piena pagina. Sapere di essere intelligienti non autorizza ad andare in giro a dire di esserlo, senza risultare antipatici. Pessima la storia dei numeri speciali, autoironia imbarazzata non all’altezza. Le vignette di Vauro, gli editoriali, gli articoli speciali. Bah. Avrei preferito un profilo molto più basso, essenziale e severo: non avrebbero avuto bisogno di chiedere scusa, perchè i lettori sanno bene come stanno le cose.

December 13, 2008

Santa Lucia

Alla scorsa vigilia di capodanno mi premunii di fare indigestione di lenticchie e di vestire mutande rosse, e siccome ho l’abitudine di camminare a testa alta pensando al paradosso dei gemelli o al flusso del tempo di frequente pesto enormi cacche di punkabbestia che infestano i portici della malfamata Città Vecchia (parlo di via Petroni a Bologna). Nell’ultimo mese poi mi sono comportato bene, lavandomi le mani prima di andare a tavola ed evitando di mordere e tirare i capelli a mio figlio, condotta esemplare in tempo di Avvento, il periodo di attesa della venuta di Santa Lucia. Questi sforzi hanno portato bene: il 13 dicembre Santa Lucia, che su al nord (a Verona e a Mantova) sostituisce Babbo Natale e la Befana nell’oneroso lavoro della distribuzione dei doni, mi ha portato 120 euro sonanti (BEEP) da spendere nei migliori negozi della catena Auchan, perchè anch’io poverello possa sentirmi parte della nazione dei consumatori e dare il mio contributo per il rilancio dell’economia, una causa buona e giusta. Sarò orgoglioso di sfoderare la mia bella tessera blu di fronte a cassieri, pescivendoli, ortovendoli e chissà chi altro. Salterò sul nastro trasportatore e griderò a gran voce "Anch’io posso contribuire alla rinascita di questo paese che mi ama", e concluderò infilandomi in bocca un branzino crudo con un po’ di maionese. E avrò finalmente la soddisfazione di vedere realizzato un sogno agognato, dopo un ore spese tra code in posta e burocrazia varia, per la tessera ad ostacoli più difficile da ottenere, ma per questo più bella. Ammesso che prima o poi arrivi il PIN.

Grazie. Sono commosso. Vi ringrazio. Annoterò su questo blog tutte le lussuriose spese compiute con la tessera sociale.

Forse mi prenderò un tartufino. O un paio di astici. Una bottiglia di Sassicaia, o un Barbaresco. Ne parlano tanto bene in televisione.

November 26, 2008

La scorsa settimana

La gara è a chi la sa più corta. Si parlava tempo fà di una certa fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese: bisognava stringere la cinghia, mangiare riso, patate, fagioli, tenere il riscaldamento spento, non andare al cinema, non prendere il caffè al bar o alle macchinette, smettere di fumare, per una settimana, e poi si ripartiva. La quarta settimana è diventato un motto che governo, opposizione filogovernativa ed estremisti extraparlamentari hanno usato con eguale enfasi, alternandolo eventualmente al motto antitetico e complementare della ripresa dei consumi. In ogni salotto televisivo abbiamo sentito sbandierare "la quarta settimana" fino alla nausea e a supporto di ogni tesi, àncora di salvezza di politici impreparati nel pieno di fumose ed inutili liti. Poi la settimana è diventata la terza (ma la quarta è sempre in auge). Ora, se non si arriva alla terza settimana del mese vuol dire che in un mese quasi tutti gli italiani dovrebbero essere morti. In particolare Veltroni ha contrapposto la terza settimana ad ogni iniziativa del governo: "Crisi Alitalia? Vigilanza RAI? Crisi economica? Lodo Alfano? Vogliamo parlare della terza settimana?". Ma adesso addirittura la seconda settimana, motto di nuovo conio che Veltroni ha inventato per dar soddisfazione a chi gli chiedeva un’opposizione più dura. E opposizione sia! Il motivo per cui il numero di settimane diminuisce sempre di più è semplice: se il mese scorso non sono arrivato alla quarta, ho dovuto anticipare i soldi e questo mese non arrivo alla terza, il prossimo non arrivo alla seconda. A che settimana sei arrivato? Alla scorsa! Ma è veramente importante sapere quante settimane? Che cavolo vuol dire? Certo il cibo è un cosa che bisogna comprare ogni settimana, e infatti per quanto la gente non arrivi oltre metà mese continua a vivere e a non morire di fame. Le bollette arrivano mensilmente e così le multe ed il mutuo e la retta dell’asilo. Le spese speciali arrivano ogni tanto, il Natale arriva una volta all’anno… insomma, siamo poveri! Ma io, a dicembre, ci arriverò. Povero, ma vivo.

No, non sono Filippo Facci. Ma non sono veltroniano.

October 28, 2008

sparafrasando wikipedia


 

Poemetto in stile papiro padovano sulla riforma Gelmini [qui il pdf].

- - -

Udite! non prendetemi per matto
accorrete a sentire il papiro, gente!
‘chè il futuro dell’Italia è sul piatto.

Forse qualcuno ancor non è al corrente
che nel settantatré nacque una Stella
che da giorni in ciel fulge lucente.

Narriamo come con la sua favella
s’aprì un percorso dritto giacchè oggi
del ragionier di Stato ella è l’ancella.

(more…)

October 7, 2008

ce lo meritiamo

Ormai tutti ne parlano [qui][qui], per cui non posso stare zitto. Quest’anno il premio Nobel ha sfiorato l’Italia, e non quella d’esportazione, ma quella che vive e lavora ancora qui (nonstante tutto). E’ un sollievo sapere che la Gelmini non potrà fregiarsi i questa occasione di pubblicità immeritata. Già me la immaginavo a congratularsi sostenendo che questa è l’evidenza che la meritocrazia come la intende lei (cioè tagliare e lasciar sbranare) funziona e che le riforme del governo Berlusconi stanno raccogliendo risultati. Questi due personaggi che oggi hanno intravisto il Nobel sono due tra i grandi campisti-particellari-statistici italiani di una remota età dell’oro della fisica italiana al tramonto, un patrimonio disperso in giro per il pianeta. Manca solo Parisi, ma non è difficile che anche a lui presto o tardi verrà negato un Nobel.

Contrariamente a quanto avevo ipotizzato, il Nobel a Nambu va’ proprio per i lavori sull’applicazione della rottura di simmetria in fisica delle particelle. Quindi non per la rottura di simmetria continua in sé (premio che sarebbe dovuto andare a Goldstone), ma per il primo modello (1961) che implementa una rottura di simmetria nella fisica delle particelle, detto modello NJL dai nomi degli autori: Nambu + Jona Lasinio, eminente fisico italiano. Si badi bene: non si tratta della teoria elettrodebole con la sua rottura di simmetria (1967, Nobel già conferito alla terna GSW): in un certo senso questo Nobel riempie un vuoto nei passaggi logici che hanno condotto al Modello Standard. I due articoli di cui Jona-Lasinio è coautore sono gli unici articoli con più di 1000 citazioni di Nambu. Il Nobel a Nambu è da considerare come un premio alla carriera di un fisico che ha avuto collaboratori illustri e ha dato contributi fondamentali in più direzioni, compresa la paternità dell’idea di carica di colore. Qualcuno inoltre sostiene [qui] che sia stato conferito in parte per i contributi dati alla prima rivoluzione stringhista. Sinceramente non credo che l’Accademia delle Scienze sia sensibile a questi argomenti; fosse per me sarebbe un motivo di discredito.

Quanto al mancano Nobel a Cabibbo, il fatto si spiega in maniera molto semplice: basta guardare queste interessanti statistiche, da interpretare alla luce di questo fondamentale warning. Si tratta degli articoli più citati di HEP, fisica delle alte energie. Tolto il primo, che è semplicemente l’articolo che riassume tutte le caratteristiche delle particelle note, i più citati sono quello di Weinberg e quello di Kobayashi-Maskawa. E’ vero che la statura scientifica dei due giapponesi non è niente rispetto a quella di Cabibbo (31esimo in lista), e che la loro intuizione poco aggiunge dal punto di vista tecnico al lavoro originale dell’italiano, che li ha preceduti di dieci anni, come sottolinea Petronzio presidente dell’INFN, ma è anche vero che la matematica e la fisica sono spietate da questo punto di vista: assurge a gloria chi fà quel passettino che consente di arrivare al risultato, cioè dimostrare il teorema che poi porterà quel nome, o scrivere l’articolo di riferimento per ogni lavoro sperimentale o teorico successivo. Chi ha lavorato nell’ombra, magari costruendo gran parte dell’edificio, rimane col culo a terra. In questo caso, è il lavoro di KM a legare l’esistenza di tre famiglie di quark alla rottura della simmetria coniugazione-parità, un salto nel vuoto che Cabibbo (10 anni prima) non si sognava di fare.

Veniamo all’Accademia delle Scienze. Devono fare delle scelte; già premiare 3 fisici all’anno mi sembra eccessivo, ed è chiaro che la tendenza sarà ad aumentare il numero di recipienti (soprattutto quando usciranno i risultati di LHC, chi prenderà il Nobel? C’è chi dice che sarebbe opportuno modificare lo statuto per permettere a interi enti di ricerca di ricevere il premio). Devono scegliere contributi chiari e netti che hanno portato ad un nuovo paradigma: le tre famiglie di quark, la violazione di CP, la rottura di simmetria; o, per esempio, la libertà asintotica, il Nobel più immeritato perchè preso, quello in maniera veramente scandalosa, a man bassa. Contributi riconosciuti da tutti e fondamentali per andare avanti. Quindi tenete d’occhio la lista dei 50 aritcoli più citati per i prossimi Nobel. Devono essere scoperte sperimentalmente validate, ed i premi devono essere conferiti con equilibrio tra teorici, fenomenologi o sperimentali. Infine tutto ciò si deve intersecare con carriere egregie. Mi rendo conto che è un compito arduo. Forse non c’era spazio per Goldstone o per Jona Lasinio, ma sicuramente Cabibbo può recriminare.

PS. Per la Carlucci, notare chi occupa il 6to posto della cassifica degli articoli più citati.

PPS. Per il Papa, notare chi occupa l’8vo possto nella classifica degli articoli più citati.

update - La discussione infuria su Cabibbo nei blog, mentre il Nobel a Nambu viene creditato da tutti, per la carriera; la semplicità della motivazione è dovuta a ragioni di chiarezza (anche il Nobel ad Einstein non era certo assegnato solo per l’effetto fotoelettrico). Quanto a Goldstone, c’è chi sostiene che il suo nome venga tenuto in caldo per quando il bosone di Higgs verrà scoperto, per un Nobel da spartire, ovviamente, con lo stesso Higgs. E c’è chi lamenta troppi Nobel in un anno solo, per tematiche così importanti. A riguardo, solo una cosa: la fisica non è HEP soltanto, ma ci sono molte branche, anche di recente nascita, che devono fare turn-over: non è possibile pensare di premiare tutti quelli che hanno contribuito ai dettagli del Modello Standard.

update - Ancora dalla discussione su altri blog: il contributo di Cabibbo non è separabile da altri contributi simili dell’epoca, e l’idea di due famiglie di quark era già presente nelle note a margine di un articolo di un altro autore. Lui ha messo il nome al parametro (e anche le idee), ma dandolo a lui si sarebbe fatta ingiustizia ad altri. D’altra parte la CKM - violazione CP - asimmmetria materia/antimateria non poteva rimanere senza un premio Nobel, a detta di molti. Altri dicono, troppi teorici del modello standard premiati, non abbastanza sperimentali. Altri Nobel contestabili: Faddevev doveva riceverlo insieme a Veltman e t’Hooft, Kadanoff insieme a Wilson.

October 6, 2008

Replicazione

 

Toni Negri all’Infedele. Difficile, mai banale; nessuno osa contraddirlo o capirlo. Due note.

- Mette in chiaro che la crisi attuale è dovuta all’indebitamento delle famiglie americane. Indebitamento dovuto all’assenza di uno stato sociale, dalla sanità pubblica annientata da Nixon alla scuola privata. Il tutto mixato al consumismo. A proposito Negri usa la bellissima espressione "riproduzione della propria vita", ma io direi "replicazione del proprio stile di vita": la necessità di conservare o progredire nella scala dei consumi, a tutti i livelli sociali, anche se questo vuole dire un peggioramento delle condizioni di vita. Impossibilità di rinunciare all’auto per i giovani, che lavorano duro fin dalle superiori per pagarsi l’assicurazione; impossibilità di rinunciare alla casetta a schiera con garage, al college rinomato. Impossibilità di abbassare di un grado l’aria condizionata, perchè ormai ci si è adattati ad un clima polare in tutti gli edifici. Impossibilità, da parte dei broker, di rinunciare all’appartamento in centro a Manhattan, costi quello che costi. Con il risultato che la vita si trasforma in un incubo, e che paradossalmente se la cavano meglio quelli che hanno meno. In una società di squali ognuno deve contare solo su sé stesso (il mito americano-berlusconiano dell’uomo che si fà strada da sé): anche con i corsi di autoconvincimento, i libri di autostima, le religioni.

- Alla ricerca degli squali della finanza, quella cricca di oscuri malintenzionati che hanno consapevolmente e volontariamente condannato l’economia a questo baratro, Lerner pone la domanda "chi dobbiamo carcerare?", chi ha una colpa reale e identificabile? Toni Negri suggerisce (senza poter sviluppare) che una parte di responsabilità sia imputabile alla comunità scientifica, comprensiva di alcuni premi Nobel. In effetti alla base della finanza speculativa c’è anche un problema di metodo scientifico: i modelli matematici che stimano i prezzi dei prodotti finanziari strutturati, così come tutta l’economia in generale, poggiano su ipotesi riduzioniste, che non possono comprendere la complessità dei fenomeni economici [qui]. Questo è un problema insito nella dottrina liberista fin dalle sue origini; i suoi massimi esponenti tendono a dimenticare le semplificazioni che il modello incorpora (un esempio su tutti: il fatto che il PIL sia una misura della ricchezza di un Paese). Beninteso, la scienza è riduzionismo; ma cosciente dei propri limiti di applicazione. Ogni scienziato è portato a proiettare la propria teoria oltre i propri confini naturali, conferendole una consistenza ontologica; a far da bilancere c’è la comunità scientifica e l’osservazione degli eventi. Nel caso dell’economia, l’evidenza sperimentale non è sufficiente per riconoscere il fallimento di un modello, e gli stessi sacerdoti che hanno portato alla crisi si candidano a condurre l’uscita e il nuovo corso in una replicazione ciclica.

October 5, 2008

Bocca vs. Spike Lee

Ieri sera Fazio si è sbilanciato contro l’operazione di Spike Lee, prendendo una posizione più simile a quella di Giorgio Bocca (che non ha visto il film) [qui] che di Napolitano (che invece l’ha visto). Io, che il film non l’ho visto, posso solo dire che la finzione filmica e romanzesca può permettersi qualsiasi cosa: i soldati cinesi sbarcati a Perugia che mangiano Nutella con le dita e a metà film si trasformano in sanguinari vampiri che rapiscono Hitler e lo portano sul pianeta Osiris 52, per esempio. E’ una questione di buon gusto e di cinematografia, non di verità storica. Si capisce la differenza da questa affermazione di Bocca: ‘Nel film di Spike Lee sostiene la versione’. No! Spike Lee non è uno storico (e neanche Bocca), non sostiene nessuna versione, racconta una storia. La possibilità che un partigiano abbia tradito è peraltro assolutamente verosimile, anche se magari non vera in quella determinata occasione. Anche la tazza sul tavolo della cascina nel bosco non c’era veramente, e non c’era neanche la cascina e i personaggi non si sono detti quelle cose: certo non sono fatti storici, ma dipende anche da cosa si intende per storia, qual è esattamente il livello di raffinazione con cui vogliamo descrivere gli eventi passati, ricordando che tutto è causalmente connesso. Giorgio Bocca: ‘Ma una tragedia come quella di Stazzema non la si inventa o non la si cambia per fare un film’. Perchè no, chi lo dice? Allora l’Olocausto? Forse Charlie Chaplin non ha fatto un falso storico ne Il grande dittatore? Non bisognerebbe forse più preoccuparsi che quasi ogni italiano non più vecchio di 40 anni non saprebbe che cosa è successo a Sant’Anna, pensando che questo film, con un bel disclaimer grande così all’inizio, potrebbe comunque aiutare la memoria, e che è un peccato che nessuno andrà a vederlo? Il fatto poi che la gente non comprenda la distinzione tra finzione e storia, tra televisione e informazione, tra scienza e tecnologia non è imputabile a Lee, e neanche la vergognosa campagna di revisionismo storico cui stiamo assistendo, da parte non di storici, ma di giornalisti (a proposito, in questi giorni ha preso fuoco un’interessante polemica dello storico Luzzatto contro i giornalisti che esercitano cialtronescamente la professione di storici, come Montanelli, Vespa, Pansa, di cui non riesco a trovare traccia in rete).



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