Sul traghetto da Livorno a Bastìa il nostro vecchio camper era in compagnia di almeno un altro centinaio di orribili van bianchi, pronti a invadere le coste della Corsica. Nelle zone più turistiche del mediterraneo (Sardegna, Corsica, Salento etc.) ormai da anni i divieti contro i camper fioccano per evitare l’invasione di un popolo sempre più numeroso e dalle abitudini piuttosto invasive: piazzati in riva al mare per giorni, con verande, tavoli, panni stesi, ed una teoria di gadget (bici/moto/gradelle/antenne paraboliche), i neocamperisti cafoni cercano di ricreare le condizioni di casa, indisponibili alla vita spartana che il viaggio richiede. Non ci sono più i camperisti di una volta, verrebbe da dire, quando il camper era una scelta di nicchia, e si poteva dormire sotto la torre Eiffel, sui fiordi irlandesi, sulle spiagge dell’Algarve, tra i trulli di Alberobello. Discreto e solitario, il camperista salutava ogni raro sodale sulle strade d’Europa, secondo l’"etica del camperista", con un cenno della mano al volante, o una sfanalata d’abbaglianti, per poi proseguire in tutta libertà verso una meta ignota, lungo un percorso disegnato giorno per giorno. Poi sono iniziate le cordate di camper, gruppi di più famiglie in pattuglia, spesso con mezzi a nolo, protocolli di viaggio precisi ed efficientismo svizzero, e il saluto veniva gadualmente tolto. Poi il camper è diventato il surrogato della villeggiatura, un monolocale relativamente comodo da piazzare in un condominio-campeggio a basso costo.
Oggi il popolo dei camper è vastissimo, e nei luoghi più frequentati è organizzato e veicolato per evitare che tendopoli abusive si insedino in pochi giorni nei posti più belli d’Italia. Il divieto è pressoché generalizzato: in Corsica e Sardegna, in teoria, è vietato dormire fuori da un campeggio, in virtù di norme antincendio fumose che annoverano il divieto di campeggio selvaggio, anche quando "campeggio" vuol dire soltanto dormire sulla propria vettura lungo una strada secondaria. Il camperista si accoda e come in un viaggio organizzato transita da campeggio a campeggio, da parcheggio a parcheggio in mete standard affollate, autentici villaggi vacanze. E gli va bene così, perché si possono fare due chiacchiere con i vicini, proseguire la discussione nata sui forum in internet su dove si deve andare e dove si è stati, e non si rischia di rigare il camper a nolo su strade malmesse, a ridosso di rocce irte. Che siano camperisti poco esperti traspare dalla difficoltà con cui fanno manovra, e dalla febbrile dipendenza dal navigatore satellitare. Strumento che non solo è inutile, ma è anche in antitesi con l’essenza stessa del camperismo.
Scesi dal traghetto a Bastia eravamo rassegnati a condividere le nostre vacanze con un popolo per cui avevamo scarso interesse. Giriamo verso destra diretti a Cap Corse, il dito che esce dal pugno ad indicare la Liguria e che ha servito da roccaforte del controllo genovese. Dopo cento metri cento che siamo fuori dalla cittadina, lungo l’unica strada di grande scorrimento che attraversa la costa est, davanti e dietro di noi non c’è nessun altro camper, e ci chiediamo dove siano finiti tutti quanti. Il nostro viaggio prosegue seguendo tutta la frastagliata linea costiera lungo la costa occidentale, quella dove tramonta il sole, per strade strette che non ci passano due furgoni contemporaneamente, e quando li si incontra bisogna fare complicate manovre per accostare al massimo il camper al precipizio, non cintato da muretti o guard-rail. Il camper in salita fatica e presto si formano code di auto che senza fretta aspettano il momento giusto per passare. E siccome questo momento non arriva mai accosto volentieri e li lascio passare, e volano i ringraziamenti, saluti dai finestrini, segnalazioni con le quattro frecce, addirittura gente che suonicchia il clacson per riconoscimento. Sono perlopiù francesi, sbarcano a nord-ovest a Calvi e discendono la costa verso le Calanche e altre amenità.
Si attraversano luoghi popolati da pochi o pochissimi altri camper, e la vita del camperista è quella di quindici anni fà, discreta, solitaria, moderatamente avventurosa; si dorme in luoghi isolati, lungo la costa, su promontori, nell’entroterra, si carica l’acqua alle fontanelle e si cercano i pochi pozzetti attrezzati per scaricare, e quando non li si trova, spiace dirlo, si sceglie un posto degradato abbastanza per farla nature. La doccia dura poche spruzzate d’acqua, e dopo la sciacquatura i piatti rimangono sostanzialmente unti; una sola luce per volta viene accesa, ma non si lesina sul gas per una pastasciutta. La costa occidentale è meravigliosa, scoscesa, panoramica, puntellata di spiagge vuoi di sassi, vuoi di scogli, o di sabbia. Poca storia, quindi anche poca gastronomia: qualche formaggio di capra puzzolente, meglio se accompagnato con il miele, qualche salamino, e come in Sardegna, niente pesce da nessuna parte, se non a caro prezzo nei luoghi più turistici. Non è una terra di pescatori. Molta natura: l’entroterra è certamente ricchissimo, ma a noi inaccessibile; rimane la promessa di tornare con lo zaino in spalla e percorrere, almeno in parte, il lungo GR20, il cammino di oltre cento kilometri che attraversa da nord-ovest a sud-est tutte le montagne interne.
Verso sud l’identità corsa emerge in maniera decisiva e trova la sua piena espressione a Sarténe, dove spari di fucile adornano le indicazioni stradali in francese e i rari limiti di velocità, che evidentemente all’anarchismo insulare paiono una fastidiosa costrizione. Parcheggiamo nel Bronx di Sarténe, un tranquillo e pulito parcheggio tra i condomini, e ci immaginiamo che in qualche garage sia riunito il comitato centrale dei giovani del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, mentre preparano le bombolette spray con cui la sigla FLNC sarà impressa sui cartelli stradali. Ridete pure, ma se lo sfruttamento costiero della Corsica è rasente lo zero, se ogni tentativo del Club Med o chi altro di insediare bungalov nel selvaggio e inaccessibile Desert des Agriates tra Ogliastro e Sant Fleurent è stato respinto, ben diversamente dalla lottizzazione milanese delle coste della Sardegna, se i siti naturali rimangono intatti, i parcheggi a pagamento inesistenti, le località sostanzialmente scevre del commercio di stupidi souvenirs, ed il còrso (= il francese come lo imiterebbe un italiano) rimane una lingua viva c’è un motivo. Non vorrei che sembrasse un discorso leghista. Qui un’identità c’è, e anche qualcosa da salvare. E c’è un motivo se il moro corso ha la benda sollevata, mentre i quattro mori sardi hanno la benda calata sugli occhi, soprattutto adesso…
Finché non si oltrepassa Bonifacio, la magnifica Bonifacio, uno dei posti al mondo da vedere. Di qua da Bonifacio, verso Porto Vecchio e lungo la strada tutta rettilinei e rotonde della costa est, nel furtivo viaggio di ritorno si reincontrano le orde di camper che si erano lasciate al porto di Bastìa, schierate in maniera ordinata nei campeggi sul litorale di una costa povera e poco interessante, ma con il mare comunque bello e le spiagge pulite. Questa è la metà italiana, e la gente in coda sfanala per passare e non ringrazia. Qualcuno mi dice che così sta scritto sui forum per i camperisti, quelli che a priori mi rifiuto di consultare: scesi a Bastìa, preferite il giro in senso orario, senza spingervi sulla costa occidentale e nell’interno. Sono contento che sia scritto così, penso mentre devìo per San Nicolao dal sito turistico di Moriani Plage per un’ultima scampagnata tra i paesini interni in cresta a lussureggianti promontori ricoperti di felci, per strade poco batutte. Sono contento di poter ricordare le tante Pietra, ottima birra ambrata a base di farina di castagne, sorseggiate su una scogliera a precipizio sul mare davanti al sole rosso che si immerge nell’acqua, in compagnia delle sole persone che contano.