[…] La pubblica mattanza di Allevi si carica di nuova meravigliosa violenza, con la sua risposta a Ughi [qui]. Non sembra lo stesso autore dei suoi libri; quando si tratta di rispondere a chi ne sa smette gli abiti dell’elfo stregato, illetterato e felpato e scrive almeno nella nostra stessa lingua, pur non risparmiandoci scemenze di vario tipo (quanto è titolato, l’autografo spiegazzato, la cravatta… orrore). Bisogna dire che Ughi è tra i musicisti più conservatori e parrucconi d’Italia, per cui se anche lo abbiamo amato per la sua batosta, pure bisogna diffidare. Su un paio di cose sono d’accordo con Allevi. Ughi si occupa di diffondere la musica tra i giovani: i giovani ascoltano Allevi. Dove sta sbagliando?
Qui si consuma il dramma della musica classica, e della sua filiazione "colta" contemporanea (che per lui è dodecafonia e serialismo, come non ci fosse stato nient’altro), perseguita da un’elìte autoreferenziale di compositori angustiati dall’ansia di sperimentare, qualsiasi cosa, purchè mai sentita, purchè diversa e originale, perlopiù sordi ai progressi tecnici ed estetici del jazz, del pop e del rock. Come del resto ha spiegato bene Baricco (sic! proprio lui, il detestato Baricco) ne L’Anima di Hegel e le Mucche del Wisconsin. Pensate che paradosso quando la Storia della Musica cartacea della Utet ci racconterà dei vari Grisey, Ferneyhough, Reich ed altre decine di illustri sconosciuti sullo stesso piano dell’universalissimo Beethoven, del celeberrimo (al suo tempo) Chopin, come gli artefici della musica del nostro tempo; e Wikipedia invece ci racconterà si di loro ma soprattutto di Radiohead, di Bollani e dei nuovi immortali. Tranquilli: Allevi non ci sarà.
Da ormai una decina d’anni, partendo pretestuosamente dal discorso del minimalismo americano, si sta realizzando quanto era facile prevedere: dalla resistenza armata degli strenui difensori della superiorità della musica colta si stanno staccando visionari e/o furbi e/o pavidi in cerca di un compromesso più o meno al ribasso con il riconoscimento pubblico, con il piacere acustico, con la notorietà, il successo, il commercio, la gloria. Tra queste usciranno proposte veramente nuove, veramente alternative, ma c’è anche molta luce per i restauratori, finalmente sdoganati. Sollima, Einaudi, Nyman, Glass, Piovani. Non è mica Allevi il primo, e neanche il peggiore; ciò che offende in lui è la mancanza di umiltà, il successo esagerato ed il fatto che si riallacci più o meno direttamente con i grandi compositori classici, facendo finta che in mezzo non sia successo niente.
La musica di Allevi
Allora perché? A grande richiesta degli amici ho fatto il lavoro sporco e vi presento le mie personalissime e opinabilissime valutazioni.
[ilpianista] Come esecutore classico è ingiudicabile, almeno dai dischi costruiti al computer. Dicono che dal vivo pecchi molto. Non credo come Ughi che sia un pianista inammissibile al Conservatorio. Probabilmente è un buon pianista, tutto qui. In ogni caso, suona musica che si adatta molto bene alle mani. Effetti speciali, finto virtuosismo: non è musica difficile da un punto di vista esecutivo, è solo a tratti veloce, ma è tutto molto comodo, agevole, come comodo è Mozart, che è altrettanto noioso. Chopin era scomodo (gli studi, le ballate), Beethoven, Brahms, Scriabin pure: scrivevano cose che le mani non vorrebbero fare spontaneamente. E’ per questo che suonano così diversi, e così belli. La sonata Al Chiaro di Luna si suona al V anno di pianoforte. Si può benissimo suonare Allevi alla stessa età. Tenete in mente: a sentirle le cose sembrano sempre molto più difficili che a suonarle, anche per un pianista esperto: solo quando si prende in mano la partitura ci si rende conto.
[limprovvisatore] Il virtuosismo appariscente ed esteriore lo si trova giustificatamente nelle jam session jazz, nelle improvvisazioni di Liszt, del primo Chopin (la Polacca Brillante), di Paganini e nelle improvvisazioni organistiche di Bach (le toccate etc.), a dosi ben maggiori di quelle del timido Allevi. Insomma ovunque ci sia improvvisazione il virtuosismo è una strategia di sopravvivenza, un automatismo necessario per tirare avanti. Ed è anche esibizione, virile, sessuale, in risonanza con il contesto della festa, dell’occasione mondana, del locale a tarda notte. Quando non c’è improvvisazione, il virtuosismo fine a se stesso è solo questo: fame. E’ pornografia. Rachmaninoff è un pornografo frustrato, uno strappamutande - e mi rincresce molto che si sia creato questo equivoco per cui Allevi è considerato un jazzista: Allevi (che peraltro non lo ha mai dato a intendere) non improvvisa mai una nota. Conosco pianisti jazz che improvvisando sanno fare musica molto più accattivante e strutturata di quella che Allevi scrive.
[ilcompositore] Da un punto di vista puramente accademico la sua musica è scritta sostanzialmente in maniera corretta, dove corretta vuol dire secondo canoni compositivi comuni a tutti gli stili: la condotta degli accordi, la risoluzione delle settime e delle sensibili. Allevi ha studiato composizione, non è un illetterato, e ha svolto per bene il suo compitino, un esercizio di stile, le cose che fanno gli studenti di composizione entro il quarto anno di studi, prima di affrontare il ben più complesso mondo del contrappunto. Il che è abbastanza ironico considerato che lui si considera un musicista rivoluzionario in rottura con l’Accademia.
Senza voler fare un’analisi nota per nota, che è una rottura, queste le caratteristiche del primo Allevi (ad esempio, qui,qui,qui). Struttura armonica molto elementare: se doveste rappresentare la progressione armonica su un circolo delle quinte (come facevo io qui) la vedreste muoversi in un contesto molto limitato, sostanzialmente nel "giro di …". Perlopiù evita le cadenze (conclusioni di frase) dominante-tonica e predilige cadenze plagali, più piacevoli e accomodanti, meno spigolose. Molto spesso si passa dalla tonica al relativo minore o alla sottodominante minore o al secondo minore senza modulazione, anche questa è una scelta accattivante. Talvolta si fanno salti armonici di terza (Do-Mib o Do-Mi), usati correntemente nel pop sanremese di ogni epoca. Gli accordi sono quasi sempre perfetti, qualche raro accordo di sesta, settima o di nona, niente di tutto ciò che arricchisce il jazz: 11esime, 13esime, accordi "sustained", accordi diminuiti e semidiminuiti, sostituzioni del basso. Niente politonalità, atonalità. Dal punto di vista strutturale, non si può pensare di confrontare le sue composizioni con quelle classiche. Come dice Facci, mancano totalmente di sviluppo, ossia una rielaborazione dei temi e delle armonie che prende i materiali esposti all’inizio del pezzo e li trasforma, sovrappone, riarmonizza, contrappuntizza, reinterpreta, prende in giro, dimentica. Non bisogna cercare la forma-sonata nelle composizioni di Allevi: le sue sono canzonette, al pianoforte: quella è la struttura. AABA. Strofa-Ritornello-Ponte. Ripetizione del sempre uguale. Queste sono le strutture. Le melodie sono semplici-semplici: successioni di intervalli consonanti (terze quarte quinte e seste) oppure scale maggiori e minori, arpeggini. Fate un esperimento: andate sul pianoforte e piazzate una bella quinta vuota di RE in basso (re-la) e con la destra suonate a caso un po’ di note bianche, in successione o a salti. Potete anche cambiare alla sinistra ogni tanto e suonare do-sol. Figata no? Questo è Einaudi. Con un po’ più di variabilià armonica avrete Allevi. Niente intervalli dissonanti, dissonanze irrisolte, niente scale esatonali, pentatoniche, acustiche, ottofoniche. Mai sovrapposizione di melodie: niente contrappunto, soltanto arpeggi o accordi alla sinistra e melodie alla destra. Qualche blue note ogni tanto a far finta di saper fare del jazz.
Le ultime cose di Allevi sono migliorate, non sono altrettanto banali. In questa potete trovare qua lche segmento si scala acustica, un cluster atonale, qualche elemento di virtuosismo più avanzata (una scala per terze); ma la sciatteria della struttura armonica rimane frustrante (va avanti per ore con la successione in minore I-VII-VI-VII-I). Non sono ancora buona musica, ma si staglia rispetto all’ormai giustamente dimenticato Einaudi. Non voglio essere pregiudizievole: secondo me ha le qualità per scrivere ottima musica. Ma non l’ha ancora scritta.